giovedì 16 luglio 2026

AL CASTELLO (racconto gotico)

 

L’Architetto Rossi, assieme ad un gruppo di tecnici di vario ordine e grado, stava visitando le stanze e i siti del vecchio castello poiché l’Ente, al quale era stato venduto, desiderava ristrutturarlo affinché potesse essere visitabile dalla popolazione.

Tutto era rimasto come qualche centinaio di anni fa. Si respirava quindi un’aria di vecchi tempi e usanze arcaiche.

La perlustrazione ebbe così inizio.

Tutte le stanze furono aperte, dal tetto ai bassifondi, per pianificare gli interventi. Naturalmente i luoghi più interessanti erano quelli in cui erano vissuti, nelle rispettive epoche storiche, i vari nobili proprietari. Gli sguardi degli antichi volti impolverati dei ritratti alle pareti sembravano seguire incuriositi l’andirivieni in quelle stanze rimaste per tanto tempo silenziose nell’oscurità. L’arch. Rossi si soffermò ad osservare quei volti consegnati ai secoli immaginando i pensieri e i sentimenti dei loro proprietari. Altre epoche, altri costumi, ormai lontani, disse fra sé.

I pavimenti di legno scricchiolavano sotto i passi dei restauratori e così, dopo tanto tempo, il castello ritrovò un po’ di vita.

L’arch. Rossi entrò in una grande stanza dove la polvere degli addobbi signorili mostrava lo scorrere delle stagioni. Un grande quadro campeggiava sulla parete vicino al baldacchino di un letto che aveva probabilmente custodito i sogni di qualche nobile principe.

Mentre osservava il ritratto del giovane, oggetto del dipinto, sentì un lieve rumore proveniente dalla parete in fondo alla stanza. Era un leggero scricchiolio, forse di qualche animaletto che aveva trovato rifugio in qualche crepa del muro.

Così continuò ad esaminare l’immagine di quel giovane vestito riccamente e dall’aspetto fiero, ma i cui occhi lampeggiavano di orgoglio ferito. Stava in piedi con una mano appoggiata ad una sedia e l’altra tesa ad indicare qualcosa davanti a sé.

Dai vetri opachi delle finestre cominciava ad entrare la luce del crepuscolo e l’architetto pensò che doveva sbrigarsi a fotografare, prendere appunti ecc. Però si accorse che qualcosa di strano lo teneva inchiodato in quel luogo. Guardò di nuovo il quadro e seguì l’indicazione della mano del giovane. Lo scricchiolio si udì nuovamente. Si avvicinò alla parete inferiore della grande camera. Aprì qualche cassetto del mobilio, e qualche anta del grande armadio, poi si accorse che vicino alla enorme stufa ad olle, troneggiante nell’angolo dello stanzone, la tappezzeria era interrotta da un ritaglio verticale nella parete. Si avvicinò per vedere meglio e si rese conto che si trovava di fronte ad una porticina mimetizzata con quel rivestimento del muro, ormai sfilacciato e sbiadito. Si fermò come impietrito poiché gli sembrò di udire una voce che lo invitava a premere la mano su quel misterioso pannello. Era solo. Si accorse di provare un vago e insospettabile timore. Girò intorno lo sguardo furtivamente e poggiò lentamente la mano su quella strana porticina che non era visibile ad uno sguardo superficiale. Si accorse che essa cedeva sotto la sua pressione e lentamente si stava aprendo. La visione che gli si presentò davanti lo sconvolse parecchio: era uno scheletro intatto seduto su una sedia di legno.

In quel preciso istante, dal ritratto del nobile giovane, uscì un grido soffocato e il quadro rovinò a terra.

Ormai l’oscurità avanzava a grandi passi e l’arch. Rossi sentì che qualcuno lo chiamava, ma lui non riusciva a staccarsi da quella visione. Nel buio di quel luogo angusto iniziò a tremolare un lieve lumicino e lo scheletro si smaterializzò lasciando il posto alla visione evanescente di una giovane donna che iniziò a muovere le labbra dicendo con una voce flebile e lontana:

-         Grazie per avermi liberata. –

L’architetto, tremante e come ipnotizzato, rispose balbettando: - da che cosa l’ho liberata?
- Dall’oblio – disse la ragazza e continuò con voce esile: - io ero una semplice contadina e il figlio del principe si era invaghito di me e voleva sposarmi, ma il padre aveva per lui altri progetti matrimoniali con fanciulle del suo rango e così mi ha rinchiusa qui dentro, insensibile alle mie grida di aiuto. –

Quando ebbe finito di parlare, la visione femminile scomparve e il lumino si spense. Riapparve lo scheletro che alzò una mano in segno di saluto e ritornò nella posizione in cui l’architetto l’aveva trovato.

Riavutosi dallo shock l’arch. Rossi chiamò gli altri tecnici che stavano ultimando i loro sopralluoghi. Mostrò ciò che aveva trovato e fu deciso di non dare pubblicità all’accaduto. Un medico legale dopo aver esaminato lo scheletro asserì che si trattava dello scheletro di giovane donna e che era rimasto intatto a causa, probabilmente, delle condizioni di aerazione del piccolo sito.

Dopo centinaia di anni qualcuno aveva sentito il suo richiamo disperato e aveva sprigionato il suo grande dolore…

G.G.

lunedì 13 luglio 2026

LA VOCE DEL SILENZIO

 





 La voce del silenzio

a volte è un po’ invadente

mai non tace

e dice tutto e niente

giocando a far la pace

con la mente

 

G.G.


giovedì 2 luglio 2026

venerdì 19 giugno 2026

SENZA DI TE

 




Senza di te

i colori

non sorridono più.

Il canto degli uccelli

è fastidioso

ma loro non sanno

il nostro dolore

 

Senza di te

il prato è triste

e un’ombra pesante

insiste

sul cuore

affidato

alla pietà del tempo.

 

G.G.




venerdì 22 maggio 2026

IMPERDONABILE DOLORE INFERTO

 

I soldati in guerra

muoiono

ed anche i civili

le donne e i bambini

vengono uccisi dal nemico

Ma quella parte del mondo

che non subisce la guerra

ride

canta

balla

e sembra che non gli importi

che da qualche parte

si muoia

uccisi per ordini supremi

di quelli che amano

dominare il mondo

e che si credono eterni

ma come tutti i mortali

solcheranno l’ignoto

verso l’imperdonabile dolore

inferto

alle loro vittime

 

G.G.


venerdì 24 aprile 2026

LA VITA SI MUOVE

 



La vita si muove

ritorna nei fiori

nei campi e nei prati

ormai risvegliati

da un sole bonario

che dona carezze

La vita si muove

sulle ali del vento

che la porta lontano

lasciando nell’aria

respiri e pensieri

che nessuno saprà

 

G.G.

LA SIGNORA DELL'ULTIMA VOLTA (Vivian Lamarque)



 L’ultima volta che la vide non sapeva che era l’ultima volta 

che la vedeva.

Perché?

Perché queste cose non si sanno mai.

Allora non fu gentile quell’ ultima volta?

Sì, ma non a sufficienza per l’eternità.



- Vivian Lamarque - 

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