≪Credevano, gli uomini, che la cosa più sacra e più importante non fosse quella mattinata di primavera, non fosse quella bellezza del mondo, concessa per il bene di tutte le creature, giacché era una bellezza che disponeva alla pace, all’accordo, all’amore: ma fosse, la cosa più sacra e più importante, ciò che essi stessi avevano escogitato per poter dominare gli uni sugli altri.≫(Leone Tolstoj)
C'era una volta un bosco che non era un
bosco qualsiasi, ma un bosco nel quale gli alberi, i sassi e gli animali
parlavano come gli esseri umani. C'è anche da dire, però, che questo avveniva
solamente di notte. Di giorno era un bosco come tanti altri.
In quel bosco nessuno ci aveva mai messo piede in quanto i suoi confini erano
segnati da spessi rovi spinosi che scoraggiavano chiunque ad avvicinarsi.
Nel paese, in fondo alla valle, si diceva che in quel bosco crescesse il fiore
della felicità e che chiunque fosse riuscito a toccare tale fiore sarebbe stato
felice per tutta la vita. Come si potrà immaginare tantissime persone si erano
messe in cammino per entrare in quel bosco in cerca di quel fiore speciale. Le
persone arrivavano piene di entusiasmo e portavano con sé anche delle falci e
delle accette per abbattere i rovi poichè sapevano quanto erano spessi,
intricati e pungenti.
Il fatto è che nessuno riuscì mai ad aprirsi un varco per entrare in quel bosco
poiché nel medesimo istante in cui il rovo veniva violentemente reciso, un
altro più forte ed irto di spine si ergeva davanti a colui che tentava di
passare.
Un giorno arrivò da quelle parti un giovane che amava molto passeggiare in
mezzo ai boschi ed era di temperamento mite e molto curioso. Notò quei rovi
spessi ed intricati e cercò fra di loro un passaggio costeggiando
quel luogo selvatico lungo il sentiero che lo circondava. Cammina e cammina, il
tempo passava, ma il giovane non trovò proprio nessun varco per poter entrare
in quel luogo che stava diventando per lui assai misterioso. Si accorse che il
sole stava tramontando e la notte cominciava a stendere il suo scuro mantello
sopra ogni cosa. Pensò che doveva tornare sui suoi passi e correre
velocemente verso il paese. Per fortuna era una notte limpida e serena
illuminata dalla luna piena che, come una regina, troneggiava nel cielo
stellato.
Mentre stava accelerando il passo girò il capo nuovamente verso quel bosco
inaccessibile e gli parve di udire delle voci. Si fermò di botto e rimase in
ascolto.
- Felicità, ora canteremo per te - proferì una vocina lieve lieve.
- C'è la luna, possiamo starcene all'aperto - dissero altre voci.
Il nostro amico, che si chiamava Otto, non credeva alle proprie orecchie e si
alzò sulle punte dei piedi allungando anche il collo per vedere da dove
provenivano quelle voci. In quel momento perse leggermente l'equilibrio e, nel
ricomporsi, provocò un piccolo rumore sul sentiero sassoso.
- C'è qualcuno là fuori - sentì dire dall'interno dei rovi.
Siccome Otto era anche un giovane coraggioso, disse:
- Chi si nasconde fra i rovi? Non fatemi del male perché ho con me il fucile e
sarà peggio per voi -
- Oh, non temere - rispose una vocina squillante - noi non facciamo male a
nessuno, caso mai sono gli umani che spesso fanno del male a noi -.
- Gli umani? - chiese Otto.
- Si, gli umani, vogliono entrare nel nostro bosco e ci fanno tanto male
con le loro falci ed accette. -
- Ma voi chi siete? - chiese il nostro amico.
- Noi siamo quello che vedi davanti ai tuoi occhi - risposero. Allora Otto
sgranò i suoi occhioni scuri e vide fra i rovi un'infinità di occhietti vispi
puntati su di lui.
- Io non capisco chi voi siate - disse - posso entrare per vedere meglio? -
chiese.
- Solo se poggi il fucile per terra e liberi le mani da ogni cosa - risposero.
Allora Otto poggiò il fucile per terra e cominciò a spostare delicatamente i
rami spinosi, facendosi largo, finché giunse davanti ad una piccola radura. Si
guardò intorno, ma non vide anima viva, solo quegli occhietti vispi che
spuntavano da ogni tronco, ramo e sasso là intorno.
All'improvviso si levò nell'aria un coro che intonò una dolcissima canzone
mentre una brezza leggera muoveva i fili d'erba e le fronde degli alberi come
in una danza.
In quel momento il prato fu illuminato da una miriade di fiori bianchi che
luccicavano ai raggi della luna.
Le voci del coro si smorzarono lentamente e intorno si levò un leggero brusio.
Allora, una vecchia quercia che stava di fronte al nostro amico, così parlò:
- Caro giovane Otto, questa notte hai visto dove vivono i fiori della felicità.
Sono gelosamente custoditi in questo bosco perché non vogliamo che vengano
sciupati nel mondo, là fuori. Ora, se tu ne coglierai uno, potrai essere felice
per tutta la vita e così pure i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, ma ad una
condizione: dovrai sempre seguire la via del bene e fuggire dai sentieri del
male. La via del bene è quella che ti indicherà il tuo cuore, quella del male
quella che ti indicherà il tuo egoismo. Potrai permettere di toccare il fiore
della felicità a tutte le persone che lo desiderano - continuò la vecchia
quercia - ma dovrai precisare che l'effetto della felicità svanirà se non
osservano ciò che ti ho appena detto -.
Il giovane Otto allora si chinò e raccolse uno di quei fiori bianchi:
- Farò come dici tu, lo prometto, grazie - disse.
Nel frattempo stava ormai albeggiando e Otto sentì il desiderio di tornare alla
sua casa; si girò per vedere se c'era ancora il piccolo varco fra i rovi e,
riconosciutolo, si avviò con passo deciso. Gli occhietti erano spariti e una
brezza leggera lo accompagnava fin sull'orlo della stradina.
Era fuori. E aveva in mano il fiore della felicità.
Giunto al paese raccontò la sua avventura, ma non tutti gli credettero.
Taluni però vollero toccare quel fiore e promisero di osservare le
raccomandazioni che il giovane aveva ricevuto dalla vecchia quercia.
E si sa che furono loro, poi, ad assaporare il raro e squisito sapore della
felicità.
"Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l'ignoranza in cui l'avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna"
(W. Shakespeare)
Finchè le donne accetteranno di far sfruttare il proprio corpo accettando contratti, supportati da leggi, come quello sotto specificato mi pare che la strada per la conquista di rispetto e dignità sia ancora lunga
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Idue cittadini X e Y – entrambi italiani –, «sono denominati “Genitori”». La cittadina Z – di altra nazionalità, specificata – «è denominata “Madre”». Ecco le “Parti”, ma è l’oggetto dell’accordo il punto decisivo del contratto di surrogazione: il “Figlio”. Il documento di cui è entrata in possesso la redazione di Avvenire è stato firmato in una clinica dell’Est Europa e ha portato effettivamente alla nascita di un bambino. Retribuzione e regole di accesso a parte (in alcuni Paesi, per esempio, è consentita solo a coppie eterosessuali, in altri anche a quelle omosessuali) è il contratto standard, con poche variazioni, che viene necessariamente sottoscritto, dall’Europa agli Stati Uniti, quando qualcuno decide di far partorire una donna al posto suo. Servono regole precise, serve metterle nero su bianco per evitare contenziosi. Non può sfuggire alcun particolare.
Oggetto di accordo. «La Madre si impegna: punto 1) a sottoporsi alla procedura d’impianto di embrione (embrioni); punto 2) a gestare l’embrione specificato; punto 3) a partorire il figlio (figli) sviluppato dall’embrione; punto 4) a dare il proprio consenso alla trascrizione dei Genitori in qualità di genitori nell’atto e nel certificato di nascita del figlio entro 3 giorni dalla gestazione». Il cuore del contratto è questo, non c’è bisogno di aggiungere o spiegare nulla. L’oggetto del contratto è il “Figlio”. E se non ci fosse chiarezza sul punto 4, in cui viene evidenziata la necessità che i “Genitori” siano trascritti «in qualità di genitori», il cortocircuito è presto risolto: da una mera denominazione bisogna passare alla formalizzazione del ruolo, spiegano dalla clinica. La sostanza (o la Natura, chiamatela come volete) è ciò che in un contratto di surrogazione non conta nulla: la madre? Non è “Genitore”.
Facoltà e obblighi delle parti. Per adempiere agli obblighi del contratto le Parti devono prendere degli impegni. Soprattutto la Madre. Il contratto vi dedica tre paginate fitte, a fronte di una mezza riservata ai Genitori. Innanzitutto la Madre deve consegnare ai Genitori tutta l’informazione medica che la riguarda e che «può influire sul figlio in gestazione»: si va dagli esami del sangue e delle urine all’elettrocardiogramma fino «al referto dello psichiatra» e a quello «del dentista ». Particolari che evidentemente contano, quando si acquista un figlio. La vita della Madre, poi, deve adeguarsi al ruolo importante che ora riveste per i Genitori: dovrà «tenere il cellulare sempre acceso e caricato», «rimanere nel luogo di residenza specificato dai Genitori», «essere sempre disponibile all’incontro con i Genitori» (che hanno la facoltà di recarsi «nel luogo suddetto anche senza avvisarla in anticipo»), «seguire rigorosamente il regime di alimentazione prescritto dal medico curante in accordo coi Genitori » (tra cui rientra il divieto di alcol, fumo, medicinali, integratori e rapporti sessuali). Malesseri? Dovrà «avvertire immediatamente Genitori e medico curante» perché potrà assumere soltanto medicinali concordati con loro. È poi proibito alla Madre «interrompere la gravidanza o abortire ad eccezione dei casi in cui ci sia tale necessità per salvarle la vita. Nel caso in cui si evidenzino patologie o malformazioni fetali – qui i particolari diventano agghiaccianti – i Genitori hanno la facoltà di consentire a far abortire la Madre». Obbligo finale e più importante: «Consegnare il Figlio (senza allattarlo) ai Genitori immediatamente alla nascita di esso». Nemmeno il tempo di guardarlo, o stringerlo a sé.
Responsabilità delle parti. I Genitori si impegnano a pagare. Gli articoli che specificano le forme di pagamento e cosa vada pagato sono interminabili: quasi due pagine di contratto, abbigliamento della Madre compreso. Che succede, invece, in caso di «inadempimenti»? Si infliggono penali, è ovvio. Ma gli «inadempimenti» in un contratto in cui l’oggetto è un figlio rasentano il disumano: «Nel caso in cui il bambino nasca con malformazioni fisiche o mentali causate da un comportamento colpevole della Madre, quest’ultima decade dal proprio diritto di compensazione», recita il contratto. Il denaro è ciò che conta, nell’accordo. Poi si specifica come «le sorti del Figlio sono esclusivamente a discrezione dei Genitori». Potranno decidere qualsiasi cosa, di quel Figlio. Hanno persino «la facoltà di rifiutare i doveri genitoriali nel caso abbia congenite malformazioni fische e aberrazioni mentali», il concetto viene ribadito almeno in tre articoli diversi. Cosa accadrà del Figlio, strappato alla Madre e non riconosciuto dai Genitori, non è dato sapere.