≪CREDEVANO, GLI UOMINI, CHE LA COSA PIÙ SACRA E PIÙ IMPORTANTE NON FOSSE QUELLA MATTINATA DI PRIMAVERA, NON FOSSE QUELLA BELLEZZA DEL MONDO, CONCESSA PER IL BENE DI TUTTE LE CREATURE, GIACCHÈ ERA UNA BELLEZZA CHE DISPONEVA ALLA PACE, ALL’ACCORDO, ALL’AMORE: MA FOSSE, LA COSA PIÙ SACRA E PIÙ IMPORTANTE, CIÒ CHE ESSI STESSI AVEVANO ESCOGITATO PER POTER DOMINARE GLI UNI SUGLI ALTRI >. (Leone Tolstoj)
Mi piacciono
le persone inattuali,
quelle capitate qui per caso,
quelle che non hanno paura
di parlare di Dio
e della morte,
che hanno
tristezze improvvise
ma sanno prendere
la gioia
da momenti qualsiasi.
Mi piacciono le persone
che hanno lotte antiche
negli occhi
e la pelle asciutta
e il cuore caldo
come panni al sole.
***
I gatti non sono
mai adirati,
restano miti,
badano alla loro vita
senza pretendere nulla
più di quel che hanno.
C’è amore
nella loro lontananza:
il loro silenzio
è una forma perfetta
di eleganza.
Amo la montagna aspra e spigolosa amo la collina dolce e confortante amo la pianura così verde e lineare e amo il mare tumultuoso, impetuoso come alcuni momenti della mia vita.
Amo te, o natura nella tua complessità e molteplicità in tutte le tue forme e le tue possibilità. Tu, così semplice e così complessa come il mio animo la parte più intima del mio essere.
Questa nuova raccolta poetica
di Giovanna Giordani nasce dopo diversi anni di apparente silenzio. Apparente
perché l’autrice non ha mai smesso di dedicarsi alla poesia, anzi, ha scritto
parecchio, e solo ultimamente ha deciso che era arrivato il momento di dare
visibilità a questo suo nuovo lavoro.
La silloge comprende un certo
numero di testi in versi liberi, e, nelle ultime pagine, alcuni haiku, brevi
componimenti ai quali da tempo lei si dedica con altrettanta passione e
bravura.
Sono diversi i temi trattati
da Giovanna, ma quello che, secondo me, lei ritiene il principale, e che poi
comprende in sé tutti gli altri, è il viaggio, il percorso che ognuno di noi
compie nella sua esistenza, un po’ alla volta, giorno dopo giorno. Un cammino
che può essere bello, ma indubbiamente anche faticoso.
Non è un caso che lei abbia
voluto dare alla sua raccolta questo titolo: Lungo il fiume della vita. Il
nostro continuo camminare e attraversare questo fiume, dunque, durante il quale
possiamo incontrare terreni pianeggianti o ripide salite, ostacoli, dolori e
delusioni, ma anche momenti e periodi belli ed emozionanti, come l’incontro di
Giovanna con la poesia, la sua grande passione, e non certamente l’unica,
essendo una donna dagli interessi molteplici. Lo scrivere anche in prosa, per
esempio, leggere, ma anche dipingere e fare dei gradevolissimi lavori con
materiali riciclabili, senza dimenticare l’amore per la musica classica.
Ma ritorniamo alla sua bella
raccolta, il cui primo testo s’intitola appunto Cammino, che per Giovanna, come
per tutti noi, credo significhi anche compiere un percorso mentale, cercando di
andare sempre avanti. Dunque, migliorare come individui, sembra dirci la
poetessa, persone che fanno parte di un’unica razza, quella umana, niente deve
dividerci e allontanarci, per questo abbiamo il dovere di dare il nostro
contributo affinché l’intera società possa migliorare e progredire.
In sintesi, dobbiamo
rispettare ogni persona che incontriamo nel nostro percorso di vita. Ma non
soltanto. Vivendo con la natura e a contatto con gli animali, dobbiamo avere
per l’una e per gli altri lo stesso rispetto.
La natura ci nutre, ci
disseta, ci dona tanta bellezza. Possiamo devastarla, ucciderla? Lei è la
nostra grande casa, quella in cui, tutti insieme, abitiamo, e non
rispettandola, facciamo danni irreversibili anche a noi stessi.
Ma non troviamo solo questo
nelle poesie di Giovanna. Oltre ad un grande amore per il mondo naturale, è
presente l’affetto e l’apprezzamento verso Papa Francesco, al quale riconosce
coerenza e profonda sensibilità, vedendo in lui quella guida spirituale di cui
oggi si ha ancora più bisogno. Un altro tema importante è la guerra, contro la
quale scrive parole molto amare, ma anche la speranza, che scaturisce dal
desiderio di una pace duratura per tutti i popoli, il Natale, con le sue
suggestioni, i ricordi, sempre tenaci in ciascuno di noi, e ancora, l’affetto
per la nostra Italia e per l’Europa, di cui ugualmente sente di fare parte.
E’ grande il cuore di
Giovanna, ed è generoso e aperto agli altri, molte sue poesie lo evidenziano.
Voglio concludere dicendo che
in questa interessante raccolta, benché conosca bene le difficoltà della vita,
non manca mai, da parte sua, uno sguardo positivo ed equilibrato, capace di
credere ancora nella forza della speranza, e nel desiderio di rinascita degli
uomini.
Questa nuova raccolta poetica
di Giovanna Giordani nasce dopo diversi anni di apparente silenzio. Apparente
perché l'autrice non ha mai smesso di dedicarsi alla poesia, anzi, ha scritto
parecchio, e solo ultimamente ha deciso che era arrivato il momento di dare
visibilità a questo suo nuovo lavoro.
La silloge comprende un certo numero di testi in versi liberi, e, nelle ultime
pagine, alcuni haiku, brevi componimenti ai quali da tempo lei si dedica con
altrettanta passione e bravura.
Sono diversi i temi trattati da Giovanna, ma quello che, secondo me, lei
ritiene il principale, e che poi comprende in sé tutti gli altri, è il viaggio,
il percorso che ognuno di noi compie nella sua esistenza, un po' alla volta,
giorno dopo giorno. Un cammino che può essere bello, ma indubbiamente anche
faticoso.
Non è un caso che lei abbia voluto dare alla sua raccolta questo titolo: Lungo
il fiume della vita. Il nostro continuo camminare e attraversare questo fiume,
dunque, durante il quale possiamo incontrare terreni pianeggianti o ripide
salite, ostacoli, dolori e delusioni, ma anche momenti e periodi belli ed
emozionanti, come l'incontro di Giovanna con la poesia, la sua grande passione,
e non certamente l'unica, essendo una donna dagli interessi molteplici. Lo
scrivere anche in prosa, per esempio, leggere, ma anche dipingere e fare dei
gradevolissimi lavori con materiali riciclabili, senza dimenticare l'amore per
la musica classica.
Ma ritorniamo alla sua bella raccolta, il cui primo testo s'intitola appunto
Cammino, che per Giovanna, come per tutti noi, credo significhi anche compiere
un percorso mentale, cercando di andare sempre avanti. Dunque, migliorare come
individui, sembra dirci la poetessa, persone che fanno parte di un'unica razza,
quella umana, niente deve dividerci e allontanarci, per questo abbiamo il
dovere di dare il nostro contributo affinché l'intera società possa migliorare
e progredire.
In sintesi, dobbiamo rispettare ogni persona che incontriamo nel nostro
percorso di vita. Ma non soltanto. Vivendo con la natura e a contatto con gli
animali, dobbiamo avere per l'una e per gli altri lo stesso rispetto.
La natura ci nutre, ci disseta, ci dona tanta bellezza. Possiamo devastarla,
ucciderla? Lei è la nostra grande casa, quella in cui, tutti insieme, abitiamo,
e non rispettandola, facciamo danni irreversibili anche a noi stessi.
Ma non troviamo solo questo nelle poesie di Giovanna. Oltre ad un grande amore
per il mondo naturale, è presente l'affetto e l'apprezzamento verso Papa
Francesco, al quale riconosce coerenza e profonda sensibilità, vedendo in lui
quella guida spirituale di cui oggi si ha ancora più bisogno. Un altro tema
importante è la guerra, contro la quale scrive parole molto amare, ma anche la
speranza, che scaturisce dal desiderio di una pace duratura per tutti i popoli,
il Natale, con le sue suggestioni, i ricordi, sempre tenaci in ciascuno di noi,
e ancora, l'affetto per la nostra Italia e per l'Europa, di cui ugualmente
sente di fare parte.
E' grande il cuore di Giovanna, ed è generoso e aperto agli altri, molte sue
poesie lo evidenziano.
Voglio concludere dicendo che in questa interessante raccolta, benché conosca
bene le difficoltà della vita, non manca mai, da parte sua, uno sguardo
positivo ed equilibrato, capace di credere ancora nella forza della speranza, e
nel desiderio di rinascita degli uomini.
Un altro giorno terribile per l’Ucraina: bombe, fuoco, macerie e pianto. Già troppi i morti ed i feriti mentre le notti insonni rendono ogni cosa più precaria e spaventosa. L’incertezza e l’angoscia avvolgono tutto e tutti e la pace sembra ormai fuggita altrove agli occhi disperati di chi pensava di poter sempre vivere in uno Paese libero.
Che ne sarà ora dei ragazzi, degli adulti, dei bambini, dei vecchi? Giovani che s’improvvisano soldati con brevi corsi accelerati, adulti richiamati in difesa della propria terra, donne decise anch’esse ad impugnare le armi, bambini e vecchi che guardano sbigottiti e spaventati le macerie intorno a loro, le case abbattute, le cose più care violate.
Povero popolo ucraino, povera terra abbandonata e diventata luogo di conquista per il sogno inquietante di un solo uomo convinto di poter tenere, come fossero giocattoli, ogni cosa e ogni persona nelle sue mani lunghe, dispotiche e rapaci.
Si avvicina il Natale, possiamo noi guardarci senza provare dolore nel vedere le fotografie di adulti e bambini al confine tra due Paesi stranieri, in balìa della sete e la fame mentre affrontano la paura di un rigido inverno in un luogo inospitale?
Tutti tacciono, nessuno vede, ma osservano e parlano gli occhi spaventati dei bambini, parla il loro pianto. Chiedono acqua, cibo, coperte, e poi il dono più grande: un luogo accogliente e sicuro.
Solo il filo spinato intorno a loro, nessuna comprensione, lo spesso muro dell’indifferenza, lo sguardo lontano e crudele di chi non vuole sapere.
Eppure, il Natale è vicino. Mi piace immaginare quel giorno lontano in cui nacque un bambino in una capanna scaldata soltanto dal fiato di un asino e un bue.
Non potendo commentare sul blog di Piera Maria Chessa riporto qui da me queste sue bellissime riflessioni che condivido pienamente. Dopo quanto accaduto nei confronti di Liliana Segre in questi giorni, non so come alcuni nostri cittadini possano dirsi orgogliosi di essere italiani. Mi unisco alle persone che si adoperano per dimostrare, a questa encomiabile Signora , solidarietà, ammirazione e gratitudine per quanto fa e ha fatto al fine di evitare il ripetersi dei noti indicibili orrori accaduti nel secolo scorso anche nella nostra Italia...
Sono giorni indimenticabili questi che stiamo vivendo, giorni che non avremmo voluto vivere, almeno una parte di noi, perché lasciano addosso un’amarezza che avvolge come se fosse una colla resistente, e della quale è difficile liberarsi. Non è una novità per nessuno quella che è stata la vita di Liliana Segre, un’esistenza durissima fin da quando era bambina, sopravvissuta poi all’inferno di Auschwitz. Non voglio certamente tracciare una sua biografia, solo soffermarmi su alcuni particolari della sua vita. Per esempio, si parla sì, ma poi non così tanto, di quel ricordo indistruttibile, non solo a livello mentale ma anche fisico, che è un numero, costituito da più cifre, che Liliana Segre porta con sè, su un braccio, da quando non aveva ancora quattordici anni, questo numero è 75190. Se solo provassimo a immaginare di vivere noi stessi quella sua esperienza, rinchiusa a tredici anni, un anno e mezzo di campo di concentramento, l’aver visto il padre morire dopo pochi mesi… Una ragazzina di quattordici anni e mezzo che ritrova la sua libertà, che prova a condurre una vita “normale”, cresce, forma una famiglia, tutto ciò che di solito fa parte della vita di ognuno di noi. I ricordi però non si possono cancellare, e neppure gli incubi, e quel numero portato fino ad oggi per decine di anni penso che abbia impedito a Liliana Segre di sentirsi, come tutti noi, una persona “normale”, perché la sua vita non può che essere considerata straordinaria, non normale. Per anni lei non ha parlato della sua esperienza, neppure i suoi per diverso tempo ne sono venuti a conoscenza nella sua interezza, poi ha deciso che era giusto parlarne, raccontare la sofferenza patita nel campo, la crudeltà di cui i suoi occhi sono stati testimoni; erano, non dimentichiamolo, occhi da bambina, eppure è riuscita ad andare oltre. E noi, una parte di noi, che facciamo? Da dove nasce oggi quest’odio verso una donna avanti negli anni, pacata nei comportamenti e nel linguaggio, che cosa può disturbare in lei? Lei che non conosce l’odio, eppure ne avrebbe motivo, che si meraviglia nel vedere che non tutti, al momento del voto, abbiano votato concordi contro ogni forma di razzismo e discriminazione, che non si spiega il perché dei tanti insulti che quotidianamente le arrivano. Ora avrà una scorta, perdendo un pezzo considerevole della sua libertà. Perché sì, si sentirà più sicura, ma la libertà, la vera libertà, non ha prezzo. Io trovo che sia profondamente ingiusto ciò che sta succedendo in questi giorni, ingiusto e vergognoso. Diverse persone vorrebbero chiedere scusa a quest’anziana signora che ha veramente dato tanto, andando nelle scuole, incontrandosi con i giovani, costringendo se stessa a ricordare ogni volta quello che ognuno di noi vorrebbe solo dimenticare. Lei lo fa perché sente che è giusto farlo, la morale, quella autentica che dovrebbe guidarci nella nostra vita tutti i giorni, quella legge morale lei l’ascolta. Eppure in molti non le riconoscono neppure questo, ritenendo che ci sia ben altro dietro le sue scelte. Oggi, in questo nostro Paese allo sbando, sembra veramente difficile capire che certe strade si possa decidere di percorrerle senza nessun secondo fine.
Mettendo in ordine diversi testi scritti qualche tempo fa, ne ho trovato alcuni che non ricordavo proprio, tra questi uno dedicato ad AldaMerini, scritto subito dopo la sua morte. Desidero riproporlo oggi, così, semplicemente, per ricordarla, per ricordare con affetto una grande poetessa, ma anche una donna che da una sofferenza profonda ha saputo e voluto trarre ispirazione per i suoi versi così veri, autentici come lei, che nella sua vita lo è sempre stata.
Alda
Ti immagino qui, accanto a me, la sigaretta tra le labbra, lo sguardo diretto di chi non ha timore perché conosce bene i morsi del dolore.
Mi guardi, non sai che ti conosco, che ho letto molte volte i tuoi pensieri e a lungo ho riflettuto sulla vita di chi del pozzo ha conosciuto il fondo.
Ti vedo camminare lentamente tra i tanti fogli bianchi che hai riempito, tra mozziconi brevi a terra andati, gettati lì dalla tua noncuranza.
Tu non ami parlare del passato, di tutto ciò che a lungo ti ha ferito.
In fondo a cosa serve raccontarlo a chi non conosce affatto quel dolore profondo e insopportabile del cuore e della mente, e cerca di capire?
Io ti saluto, Alda, e ti rimpiango, difficile scordare il tuo sorriso a volte dolce a volte un po’ beffardo, le tue movenze morbide e un po’ lente, il tuo indagare lucidamente il mondo.
Con grande gioia ed
emozione pubblico questa poesia dedicatami da una sensibile poetessa ricca di
umanità e bellezza d’animo.
La poesia ci ha fatte
incontrare sul web e poi le strade della vita ci hanno permesso di conoscerci personalmente.
GRAZIE, Piera, sei una delle
belle sorprese che, per fortuna, a volte la vita ci riserva.
Bacio
Gio
Dedico questo testo a Giovanna Giordani, a lei mi lega una sincera e profonda amicizia ma anche la comune passione per la scrittura. Grazie di tutto, Gio.
E’ stato bello trascorrere insieme quei momenti sereni passeggiando lungo le sponde del lago di Cei, amica mia. La natura ci donava una giornata speciale tanto tepore ed un cielo terso sopra le nostre teste. E il lago al nostro fianco ci regalava i suoi colori più belli i riflessi degli alberi nell’acqua i salti degli uccelli. E noi insieme a parlare a raccontarci esperienze ed emozioni ad assaporare tutto quel verde intorno derubando con la mente e con il cuore la natura a piene mani.
Mentre mi accingo a fissare sulla carta le mie impressioni e riflessioni riguardo alla lettura della silloge poetica di Piera Maria ChessaUN ORDINATO GROVIGLIO, mi accorgo che non saprò mai dire di più e meglio di quanto hanno scritto così efficacemente le autrici della prefazione e postfazione del libro.
Mi limiterò quindi a riportare le pure sensazioni che la lettura delle poesie di Piera ha suscitato in me.
La silloge è ordinata in sezioni riguardanti i vari argomenti scelti dall’autrice e… qui il groviglio inizia pian pianino a districarsi.
S’intitola Mattino il testo che apre la raccolta, nella sezione Nei silenzi della casa e già i primi versi mi trasmettono una serenità e predisposizione d’animo all’ascolto [... ]apro la porta ed esco adagio / subito avvolta dalla luce del sole. Il linguaggio è semplice e scorrevole, ma ricco di significati profondi che si apre a molteplici interpretazioni. In questa descrizione della nascita di un nuovo giorno, ad esempio, io leggo un inno alla vita, attraverso l’abbraccio rassicurante del sole, che trasmette speranza e fiducia; il sole ritorna, dopo il buio (le sofferenze, gli affanni) e la poetessa lo accoglie come un buon padre che rassicura e “consola” invitando a proseguire con coraggio il cammino.
Ma è Dentro il silenzio che l’autrice ricerca il senso, la risposta […] Scelta del silenzio / dentro il quale ritrovarmi e scoprire / una ragione plausibile del nostro vivere.
L’animo della poetessa è già qui tutto rivelato e non si smentirà nelle poesie successive. L’attenzione verso ciò che la circonda, siano esse persone, animali o spettacoli della natura la spinge a tradurre tutto questo in poesia affinchèsentimenti, emozioni e riflessioni non si disperdano nel nulla. Così si materializza agli occhi del lettore il “quadretto” che la poetessa osserva Dalla finestra: Nel parco sotto casa / una coppia di anziani / è seduta su una panca / la mano del vecchio / è poggiata sul bastone. // Il sole sopra di loro / intorno il verde delle aiuole // Parlano piano, indicano qualcosa / un sorriso appena accennato, una carezza: / attimi brevi di complicità.
Il cadere delle foglie ha spesso ispirato i poeti e così anche Piera ne coglie la metafora del trascorrere del tempo in cuiCome foglie […] gli anni si allontanano lenti / dalle nostre vite / e giacciono a terra privi di linfa / già distanti da noi / ad uno ad uno. Ma nell’osservazione del tempo che trascina le nostre vite non ravviso vera e propria tristezza bensì una consapevolezza appena velata di malinconia, un fatale affidamento al destino riservato a tutti noi, in simbiosi con quanto succede alle foglie e ad altre forme vitali che ci vivono accanto .
Così anche il tema della morte diventa “leggero” se affrontato prendendo spunto da un ricordo innocente, che ispira molta tenerezza, nella dedica alla sua tata Paola: […] - Morirò oggi? – chiedevo piano / per un piccolo taglio sulla mano / - non c’è tempo stasera – mi rispondevi tu / cara tata scherzosa / amica adulta di quegli anni lontani […]
Per le strade è la seconda sezione dove l’autrice descrive impressioni ed emozioni suscitate in lei da luoghi particolarmente affascinanti come Mont Saint Michel o Firenze; e visto che lei abita in Sardegna possiamo anche leggere la dedica a uno dei più attraenti simboli dell’isola e cioè Il nuraghe: […] Poco distante il millenario nuraghe domina l’altopiano / il vento è freddo / e strapazza impietoso / le ombre rare dei passanti / che percorrono il sentiero. //[…] tutto parla nel silenzio / e porta l’eco di un tempo remoto / ancora vivo nella memoria.
Leggendo le poesie di Piera sembra di essere lì accanto a lei che ci fa partecipi delle sue riflessioni profonde nell’osservare l’abilità dell’uomo nel costruire, inventare, produrre arte ed opere che resistono al tempo e continuano a stupire e ad affascinare le generazioni nel loro susseguirsi. Così come nel ricordo di Firenze: Firenze la ricordo /dall’alto dei colli di Fiesole / sentivo di possederla / mi sentivo posseduta / in quel groviglio ordinato / di case e viali […] . Da questi versi, dunque, il titolo. Indovinato direi. Che cosa c’è di più aggrovigliato della vita? E chi non cerca di dare un ordine a questo groviglio? Un modo assai sublime credo possa essere quello della poesia che si avvale della magia della parola per “mettere in ordine” emozioni e pensieri.
La sezione Ritratti è dedicata a persone care di cui l’autrice fissa nelle parole attimi di vita come in una fotografiaaffinchè rimangano per sempre nel ricordo.
Degne di ammirazione sono poi le poesie della sezione Prigioniero in cui Piera, con estrema delicatezza, entra nel mondo angusto e difficile della reclusione in cui le persone possono trovare piccole gioie in gesti altrettanto piccoli ma grandi nel loro potere “consolatorio” come nella poesia Il passero: […] Nessuna fatica per te adattare / la tua piccola vita alla mia di recluso / una piccola gioia per me regalarti / un pezzetto di pane.
Nella sezione La certezza del dolore percepisco la poetessa quasi visivamente nelvoler accarezzare e consolare coloro che portano in sé una sofferenza che lei intuisce dagli sguardi o dagli atteggiamenti, come nella poesia I tuoi occhi neri : Lacrime amare / sul tuo viso minuto / uno sguardo smarrito / i tuoi occhi neri / mi colpiscono al cuore […] ; oppure in Richiesta : L’auto è in sosta / una donna straniera tende / la sua mano […]
L’ultima sezione s’intitola Il quaderno delle assenze e raccoglie i ricordi che la scrittrice dedica alle persone care che hanno compiuto l’ultimo viaggio. Qui si trova una poesia che mi ha colpito in modo particolare e che riporto integralmente perché la poetessa, con il suo stile rispettoso e garbato, denuncia un certo tipo di realtà che a volte si può riscontrare in taluni ambienti ospedalieri:
Umanità dolente
Corsie d’ospedale:
uno sguardo discreto dentro le sale
attraverso porte troppo aperte.
La solitudine è evidente
sui tanti visi rassegnati.
Gli occhi incerti, talvolta lontani
in attesa di una visita, una parola
un po’ di compagnia.
Lungo corridoi senza fine
camminano camici informi:
insensibili ombre bianche
indifferenti ad un’umanità dolente
che in silenzio chiede dignità.
La raccolta termina con la poesia dedicata alla madre dettata da parole di tenerezza e d’affetto che solo un grande amore filiale riesce a trovare: […] I momenti che abbiamo condiviso / impegnano la mia mente / inteneriscono l’animo// Non ci sei / ma il tuo ricordo mi accompagna / anticipa i passi / preparando la via sulla quale cammino.
Che altro dire di queste poesie? Dico solo che mi hanno conquistata, perché ho sentito vibrare nei loro versi un’anima generosa, attenta e sensibile verso gli esseri più fragili incontrati sul sentiero della sua esistenza, un’anima che ama e vuole cantare la vita in tutte le sue sfumature, pur essendo amareggiata dalle ingiustizie e dalla sofferenza che troppo spesso l’accompagnano.
Lo stile è colloquiale, ma non mancano rime ed assonanze che conferiscono ai versi una armoniosa fluidità. Chi legge entra subito in sintonia col messaggio che la poetessa desidera trasmettere e la lettura risulta quindi agevole e piacevole.
A conclusione di queste mie impressioni, dunque, posso tranquillamente affermare che questa silloge mi ha lasciato nell’animo una sensazione di limpida bellezza e vi ho trovato con piacere, citando Lamarque, la più squisita “intelligenza del cuore”.
Monumento ai caduti
Al mio paese, vicino alla piazza,
ma non in mezzo
perché il ricordo potrebbe rattristare,
ci sta un bronzeo monumento ai caduti
un fante impetuoso all'attacco
nell'atto di lanciare una granata.
Quando il comune intese farlo
pensava anche di mettere con lapide
i nomi dei caduti di due guerre
ma così il conto lievitava
e i fondi eran già pochini
tanto che salomonicamente si risolse
con una dedica di un sol rigo: ai caduti del paese in tutte le guerre.
Saggia decisione per non dover
tornare in argomento
semmai due guerre non fossero bastate
a ferire profondamente il mio paese,
ma avrei preferito ci fosse scritto solo Ai caduti d'ogni guerra
ai nostri, a quelli dell'Italia
e di ogni altra nazione, anche nemica,
con sotto una piccola postilla:
"monito affinché altre non vi siano".
E' certo poca cosa per scongiurare
sanguinosi e tragici conflitti
ma lo farei leggere ai bambini delle scuole
spiegando loro che in guerra
non c'è onore, ma solo orrore
che tanti ne son morti
al suono di fanfare
e che quella corona che il IV novembre
lì si depone per ricordare una guerra vinta
è frutto di retorica abitudine
un insulto alla memoria
di giovani immolati sul campo di battaglia
che solo chiedevano di vivere
mentre a loro fu invece imposto di morire. - Renzo Montagnoli - Se viene la guerra Se viene la guerra non partirò soldato. Ma di nuovo gli usati treni porteranno i giovani soldati lontano a morire dalle madri. Se viene la guerra non partirò soldato. Sarò traditore della vana patria. Mi farò fucilare come disertore. Mia nonna da ragazzino mi raccontava: "Tu non eri ancora nato. Tua madre ti aspettava. Io già pensavo dentro il rifugio osceno ma caldo di tanti corpi, gli uni agli altri stretti, come tanti apparenti fratelli, alle favole che avrebbero portato il sonno a te, che, Dio non voglia!, non veda più guerre".
- Dario Bellezza - (1944 - 1996)
La guerra che verrà La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima C’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente Faceva la fame. Fra i vincitori Faceva la fame la povera gente egualmente.
Guardi gli occhi castani della cagna,
teneri e vibranti
e trovi i tuoi nascosti nei suoi,
l'amarezza, il sapore sgradevole
della delusione, del distacco.
Scopri nel suo sguardo intenso, quasi umano
la capcità di donare senza chiedere,
la discrezione nell'appartarsi
per un bisogno di solitudine.
Cagna e donna, fragili e forti,
dotate di una tenacia femminile inesauribile
di una sensibilità sconosciuta ai tanti
incapaci di vedere oltre quel che è palese.
I ricordi sereni dell'infanzia ci accompagnano lungo tutta la vita e quando affiorano alla mente la nostalgia diventa armonia. Lo esprime bene la poetessa:
Quando ho letto questa poesia di Piera Maria Chessa non ho potuto non riandare con la mente ad una mia di tempo fa, una specie di affinità elettive, insomma!!
Quanto mai vera questa bella poesia di Piera Maria Chessa
Ripercorri stasera parecchi degli anni trascorsi in questo tempo in cui la vecchiaia ti sembra più vicina.
Ricordi bene i momenti importanti, ambienti e luoghi non dimenticati, strade percorse tra giochi e sorrisi di bimbi ignari di ogni sofferenza.
Rivisiti parenti e cari amici col veloce mezzo della tua memoria, ne accogli ancora gli sguardi e le parole saldati a fondo dentro la tua mente.
Spesso, quando gli anni da riempire sono inferiori di tanto a quelli già vissuti, si pensa a quel momento misterioso che interrompe il nostro camminare.
Eppure, a ben pensarci è naturale che questo avvenga a un certo punto della vita, ma non ci basta mai quel che si è avuto e vorremmo ancora e ancora proseguire…