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giovedì 16 luglio 2026

AL CASTELLO (racconto gotico)

 

L’Architetto Rossi, assieme ad un gruppo di tecnici di vario ordine e grado, stava visitando le stanze e i siti del vecchio castello poiché l’Ente, al quale era stato venduto, desiderava ristrutturarlo affinché potesse essere visitabile dalla popolazione.

Tutto era rimasto come qualche centinaio di anni fa. Si respirava quindi un’aria di vecchi tempi e usanze arcaiche.

La perlustrazione ebbe così inizio.

Tutte le stanze furono aperte, dal tetto ai bassifondi, per pianificare gli interventi. Naturalmente i luoghi più interessanti erano quelli in cui erano vissuti, nelle rispettive epoche storiche, i vari nobili proprietari. Gli sguardi degli antichi volti impolverati dei ritratti alle pareti sembravano seguire incuriositi l’andirivieni in quelle stanze rimaste per tanto tempo silenziose nell’oscurità. L’arch. Rossi si soffermò ad osservare quei volti consegnati ai secoli immaginando i pensieri e i sentimenti dei loro proprietari. Altre epoche, altri costumi, ormai lontani, disse fra sé.

I pavimenti di legno scricchiolavano sotto i passi dei restauratori e così, dopo tanto tempo, il castello ritrovò un po’ di vita.

L’arch. Rossi entrò in una grande stanza dove la polvere degli addobbi signorili mostrava lo scorrere delle stagioni. Un grande quadro campeggiava sulla parete vicino al baldacchino di un letto che aveva probabilmente custodito i sogni di qualche nobile principe.

Mentre osservava il ritratto del giovane, oggetto del dipinto, sentì un lieve rumore proveniente dalla parete in fondo alla stanza. Era un leggero scricchiolio, forse di qualche animaletto che aveva trovato rifugio in qualche crepa del muro.

Così continuò ad esaminare l’immagine di quel giovane vestito riccamente e dall’aspetto fiero, ma i cui occhi lampeggiavano di orgoglio ferito. Stava in piedi con una mano appoggiata ad una sedia e l’altra tesa ad indicare qualcosa davanti a sé.

Dai vetri opachi delle finestre cominciava ad entrare la luce del crepuscolo e l’architetto pensò che doveva sbrigarsi a fotografare, prendere appunti ecc. Però si accorse che qualcosa di strano lo teneva inchiodato in quel luogo. Guardò di nuovo il quadro e seguì l’indicazione della mano del giovane. Lo scricchiolio si udì nuovamente. Si avvicinò alla parete inferiore della grande camera. Aprì qualche cassetto del mobilio, e qualche anta del grande armadio, poi si accorse che vicino alla enorme stufa ad olle, troneggiante nell’angolo dello stanzone, la tappezzeria era interrotta da un ritaglio verticale nella parete. Si avvicinò per vedere meglio e si rese conto che si trovava di fronte ad una porticina mimetizzata con quel rivestimento del muro, ormai sfilacciato e sbiadito. Si fermò come impietrito poiché gli sembrò di udire una voce che lo invitava a premere la mano su quel misterioso pannello. Era solo. Si accorse di provare un vago e insospettabile timore. Girò intorno lo sguardo furtivamente e poggiò lentamente la mano su quella strana porticina che non era visibile ad uno sguardo superficiale. Si accorse che essa cedeva sotto la sua pressione e lentamente si stava aprendo. La visione che gli si presentò davanti lo sconvolse parecchio: era uno scheletro intatto seduto su una sedia di legno.

In quel preciso istante, dal ritratto del nobile giovane, uscì un grido soffocato e il quadro rovinò a terra.

Ormai l’oscurità avanzava a grandi passi e l’arch. Rossi sentì che qualcuno lo chiamava, ma lui non riusciva a staccarsi da quella visione. Nel buio di quel luogo angusto iniziò a tremolare un lieve lumicino e lo scheletro si smaterializzò lasciando il posto alla visione evanescente di una giovane donna che iniziò a muovere le labbra dicendo con una voce flebile e lontana:

-         Grazie per avermi liberata. –

L’architetto, tremante e come ipnotizzato, rispose balbettando: - da che cosa l’ho liberata?
- Dall’oblio – disse la ragazza e continuò con voce esile: - io ero una semplice contadina e il figlio del principe si era invaghito di me e voleva sposarmi, ma il padre aveva per lui altri progetti matrimoniali con fanciulle del suo rango e così mi ha rinchiusa qui dentro, insensibile alle mie grida di aiuto. –

Quando ebbe finito di parlare, la visione femminile scomparve e il lumino si spense. Riapparve lo scheletro che alzò una mano in segno di saluto e ritornò nella posizione in cui l’architetto l’aveva trovato.

Riavutosi dallo shock l’arch. Rossi chiamò gli altri tecnici che stavano ultimando i loro sopralluoghi. Mostrò ciò che aveva trovato e fu deciso di non dare pubblicità all’accaduto. Un medico legale dopo aver esaminato lo scheletro asserì che si trattava dello scheletro di giovane donna e che era rimasto intatto a causa, probabilmente, delle condizioni di aerazione del piccolo sito.

Dopo centinaia di anni qualcuno aveva sentito il suo richiamo disperato e aveva sprigionato il suo grande dolore…

G.G.

lunedì 12 gennaio 2026

LA REGINA DELLE NEVI

 



La regina delle nevi stava sonnecchiando nella sua candida stanza da letto quando fu svegliata all’improvviso da un rumore che non aveva mai sentito e che era molto sgradevole.

Si alzò dal suo letto di morbida neve e si affacciò alla finestra che dava sul mondo là fuori.

Il suo castello si ergeva splendido sulla vetta più alta delle montagne immacolate e da lì, scendendo con lo sguardo lungo boschi, prati e abissi vari, poteva osservare quanto succedeva nel suo regno.

Indossò il suo soffice mantello e uscì sulla terrazza per vedere meglio.

Il rumore antipatico non c’era più e là sotto sembrava tutto tranquillo pertanto si girò per tornare nella sua stanza.  Era ancora notte e i villaggi erano avvolti nel sonno. All’improvviso però il rumore si rifece sentire ed ella tornò sui suoi passi guardando con attenzione verso la valle. Si accorse che le finestre si stavano illuminando e in mezzo ad un villaggio si stava alzando un’orribile nuvola di fumo nero. La nuvola si espandeva velocemente e in essa apparve un’orribile visione: il re del male stava sovrastando il villaggio e il suo sguardo era rivolto verso l’altissimo castello della regina delle nevi. Subito ella avvertì le sue ancelle e i suoi fedeli sorveglianti che si prepararono per difenderla da un eventuale pericolo. 

Ma quello che più la preoccupava era la situazione degli abitanti del suo regno e cioè fate, gnomi, folletti e qualche umano.

Il re del male, avvolto nel suo nero mantello, iniziò l’ascesa verso il castello immacolato con evidenti intenzioni poco benevole. Egli era invidioso perché nel regno della regina delle nevi regnava pace, gioia e serenità in quanto ella amava il suo popolo ed era attenta affinché la loro vita scorresse in armonia.

Mentre il mostro saliva, le guardie della regina iniziarono a far sciogliere la neve dalle montagne più vicine e una moltitudine di valanghe si abbatté su quell'essere orribile che però resistette e continuò la salita verso il castello.

Le guardie allora iniziarono a suonare i loro corni e così tutti i villaggi vicini e lontani furono svegliati dal suono che significava un pericolo imminente.

Quella creatura spaventosa continuava intanto ad inerpicarsi usando le sue manacce dalle dita con unghie affilatissime che artigliavano le pareti ghiacciate durante il suo assalto.

Nella valle ormai tutti si erano destati e si riversavano per le strade impauriti.

Ma ecco che nel suo arrampicarsi il mostro cattivo cercò di ficcare le sue unghie taglienti su una roccia senza però riuscire a scalfirla. Scivolò così rovinosamente vicino ad una grotta dalla quale, all’improvviso, uscì un’enorme creatura con gli occhi ancora assonnati, ma curiosa di sapere chi attentava alla sua abitazione. Era il grande orso bianco custode dei territori della regina delle nevi.

Rendendosi conto immediatamente del pericolo che incombeva sulla sua protetta, il mastodontico orso spalancò le fauci emettendo un forte grido. Un vento fortissimo unito ad una tempesta di ghiaccio si levò immediatamente facendo indietreggiare il re del male che cadde in un vicino dirupo. La tempesta di neve e ghiaccio imperversava finché l’orribile mostro ne fu completamente sommerso.  

L’orso bianco rientrò nella sua grotta soddisfatto di quanto aveva fatto per la sua regina.

Mentre la quiete si stava lentamente diffondendo, le fatine volarono vicino alla grotta dell’orso bianco per osservare quanto accaduto. La tempesta che aveva sommerso il cattivo re aveva formato un cumulo di neve e ghiaccio. Dopo essersi consultate vicendevolmente le fatine fecero roteare le loro bacchette magiche e trasformarono quella massa in una roccia inamovibile.

Quella sera la regina invitò tutti gli abitanti del regno, compreso l'orso bianco, nella sua bellissima e magnifica reggia dove diede una grande festa al fine di mostrare loro riconoscenza per l’aiuto ricevuto e la pace ritrovata.

La regina delle nevi era davvero felice per l’esito positivo di ciò che l’aveva tanto spaventata e, nei giorni successivi, riprese a ricamare i suoi magnifici fiocchi di neve.

 

G.G.

 

 

 

 

 

 

 


domenica 23 novembre 2025

L'ASPETTAVA

 


 

L’aspettava. Inconsciamente. La sua comparsa, lo sapeva da sempre, era come un balsamo. Un balsamo gratuito e ineguagliabile, per le ferite dell’anima.

La vita, si sa, è sempre un’attesa. L’attesa di cosa? Della felicità, naturalmente.

Mentre camminava, si alzò un forte vento che le schiaffeggiò il viso. Si riparò avvolgendo la sciarpa fino a coprire ben bene anche il capo. - Come una Madonna - disse sorridendo fra sé. Poi continuò, accelerando il passo.

Quante volte aveva compiuto quel gesto nella sua vita. Proteggersi dal vento che le schiaffeggiava il viso. E com’era riconoscente allo stesso quando smetteva il suo turbinare lasciandola continuare il suo cammino senza ostacoli tangibili. Così continuava speranzosa la sua vita. Sì, perché lei era un’ottimista. E si ripeteva sempre che la vita è un bel mistero che vale la pena di vivere, nonostante tutto.

Il Natale era alle porte con tutto il suo carico di sacro e profano e le giornate ne erano ineluttabilmente impregnate.

L’aspettava. Sarebbe giunta come una musica dalle note carezzevoli che dolcemente avrebbero invaso la mente raggiungendo velocemente il cuore, sempre assetato di bellezza. Il Natale era il periodo preferito per il suo arrivo.

Il vento si stava allontanando e lei sollevò il viso verso il cielo. Proprio in quel momento sentì che si stava avvicinando, ne intuì il passo leggero, e intravide la trasparenza del suo mantello. Quanta gioia! Assaporò i suoi baci delicati sul viso e si fermò in un muto ringraziamento per i suoi abbracci leggeri. Giunse davanti alla porta di casa, ma la nuova arrivata non volle entrare. - Non andrò lontano – sussurrò – se entrassi morirei, il mio posto è all’aperto, qui fuori, dove i nostri occhi s’incontreranno e parleranno per noi -.

Era dunque lì, vicina, sempre fedele e splendida. Si scambiarono sguardi colmi di complicità.

Le separava un vetro sottile, ma nulla ostacolava il loro felice muto dialogare. A lei poteva aprire il cuore, si sentiva compresa. L’ascoltò, lasciando che calamitasse il suo sguardo rapito, come in un’estasi. Tutto questo avrebbe avuto breve durata, lo sapeva. Ma nessuno, ne era sicura, avrebbe saputo donarle quei momenti idilliaci, unici, carichi di lieto turbamento e di magia dove passato e presente si eclissavano in favore del misterioso fascino carico di pace che giungeva da chissà quali lontananze,  portato con ineguagliabile leggerezza da quella meravigliosa... neve.

 G.G.




venerdì 21 novembre 2025

PICCOLA FIABA NEL BOSCO D’INVERNO

 


Quella notte la quiete nel bosco era grande più che mai. La neve copriva tutto con il suo manto luccicante ai raggi della luna. Dai comignoli delle casette degli elfi e delle fate uscivano sottili fili di fumo e le piccole finestre luminose punteggiavano il paesaggio come minuscole lampade.

All’improvviso però l’incanto venne interrotto da un piagnucolio proveniente dai confini del bosco.

Il primo ad uscire di casa fu elfo Giacomino (detto anche orecchiofino, proprio perché sentiva i rumori più lontani). Cercò di capire da dove provenisse quello strano lamento e s’incamminò per il sentiero a lui noto. Man mano che Giacomino procedeva il pianto si faceva più forte e così Giacomino cominciò a correre verso quella voce per capire di chi potesse essere.

Fu così che a un certo punto, sotto un abete bianco, vide una sagoma raggomitolata su sé stessa. L’elfo si avvicinò e poté constatare che si trattava di un piccolo bimbo che tremava di freddo e di paura. Immediatamente Giacomino se lo prese fra le braccia e s’incamminò in fretta verso la sua capannina. In poco tempo la raggiunse e, accolto dalle premure della sua compagna Felicita, una fata assai carina, portò subito il piccolo in un lettino che tenevano sempre a disposizione per eventuali ospiti.

Gli chiesero qual era il suo nome e il bimbo rispose che si chiamava Amin e che si era perso mentre fuggiva con la mamma da uomini che volevano fare loro del male.

-          Allora bisognerà andare in cerca della tua mamma – disse Felicita, - vero Giacomino? –

L’elfo Giacomino non se lo fece ripetere due volte e cominciò a radunare altri elfi suoi amici invitandoli ad andare con lui a cercare la mamma di Amin.

Tutti acconsentirono subito (loro hanno un animo buono e generoso) e tornarono nelle loro casette per equipaggiarsi per bene contro il freddo pungente.

Erano proprio in tanti, e camminavano in file ordinate lungo i sentieri che conducevano fuori dal bosco.

Giunti sulla strada asfaltata videro in lontananza delle nubi salire dalla terra assieme a dei bagliori e tuoni poco rassicuranti.

Si fermarono e si consultarono sul da farsi. Mentre ognuno suggeriva i propri consigli videro giungere nella loro direzione una donna che sembrava fuggire disperata da quel luogo così cupo.

Man mano che ella si avvicinava quegli abitanti del bosco la udirono invocare a gran voce il nome di Amin.

-          È la sua mamma – disse Giacomino - dobbiamo condurla dal suo bambino.

Tutti gli elfi si avvicinarono dunque alla donna e la invitarono a seguirli dopo averle raccontato del ritrovamento del bambino. Lei accolse subito il loro invito e li seguì colma di speranza.

Quando il piccolo Amin vide la sua mamma entrare nella casetta di Giacomino le corse incontro e, abbracciatala, cominciarono ambedue a piangere di gioia .

Fata Felicita iniziò a cucinare dei manicaretti che solo lei sapeva fare e così tutti furono rifocillati e riscaldati nell’accogliente capanna. Fuori la neve iniziò a scendere con la sua consueta grazia, accompagnata dal suono dolce di una musica lontana.

Il bosco ritrovò così la sua quiete assieme ai suoi fantastici abitanti felici di aver dato riparo a chi ne aveva avuto bisogno.

Ma proprio quella sera gli elfi dovevano andare ad un raduno molto importante dal loro amico Babbo Natale poiché, come tutti gli anni, lo aiutavano a preparare i doni da consegnare ai bambini nel mondo. Gli raccontarono così del piccolo Amin e Babbo Natale li lodò per la loro buona azione. Subito il nonno più famoso del mondo preparò un bellissimo regalo per Amin e tutti assieme si recarono alla capanna di Giacomino. A questo punto è inutile dire che quella notte sopra la capanna di Giacomino e Felicita brillava la stella della felicità.

 

Giovanna Giordani

 


sabato 24 agosto 2024

LA LEGGENDA DELLE STELLE ALPINE




- Io piangerò, quando te ne andrai – disse la guglia rocciosa alla neve che si stava sciogliendo ai primi tepori della primavera.
- Avrai la compagnia del sole e delle stelle – rispose la neve.
- Sono lontani – replicò la roccia
Allora la neve sostò un attimo pensierosa e parlò così:
- Ti lascerò un dono prezioso che sarà la tua compagnia, ma dovrai custodirlo affinché non sia calpestato o distrutto -.
La roccia promise, e attese.
Fu così che all’inizio dell’estate apparvero, tra le crepe rocciose, delle stelline bianche e vellutate come la neve alla cui vista la guglia pianse di gioia.
La neve aveva mantenuto la promessa. Era un dono meraviglioso e le rocce continuarono a custodirlo orgogliose e grate perché sapevano che era prezioso ed ineffabile, come la vita.

- Giovanna Giordani -

mercoledì 1 maggio 2024

LA NEBBIA

 

 

Erano gli ultimi giorni stabiliti per la caccia e Anselmo non volle mancare all’appuntamento con il bosco e le sue prede.

S’incamminò di buon mattino, come d’uso per  questo “sport” , e iniziò a salire per il sentiero a lui noto, accompagnato dal suono del ruscello chiacchierino e dai cinguettii degli uccellini mattinieri.

La giornata prometteva bene. Il cielo era sereno tranne qualche striatura qua e là. Il nostro Anselmo dunque, caricati in spalla fucile e zaino, iniziò ad inoltrarsi nella riserva di caccia con la solita speranza di un buon bottino.

Il giorno precedente c’era stato un gran temporale che aveva lasciato le sue orme sui viottoli e la vegetazione era ancora gocciolante.

Anselmo procedeva spedito ma ecco che ad un certo punto si sentì scivolare e, non trovando appigli, si ritrovò per terra  con un forte dolore alla caviglia. Provò ad alzarsi, ma, fatti quattro passi, il dolore era insopportabile e dovette correre ai ripari sedendosi su un muretto che costeggiava il sentiero. Si rimproverò di non aver portato con sé il cellulare e sperò che qualcuno passasse di lì per dargli aiuto. Nel frattempo, poi, con suo grande sconcerto si accorse che il sole aveva ceduto il passo ad un fitto banco di nebbia che si dirigeva proprio verso di lui. Un leggero panico lo prese. Bisognava star fermi ed aspettare, pensò, non c’era altro da fare.

La nebbia avanzava inesorabile racchiudendo entro le sue vaporose braccia tutto ciò che si presentava al suo passaggio. Il bosco ammutolì in un’attesa dall’incerta durata.  L’infortunato pensò bene di frugare nello zaino in cerca del panino che sarebbe stato il suo pranzo e cominciò ad addentarlo per attutire l’ansia che sentiva impadronirsi di lui.

La nebbia era fittissima,  non si poteva scorgere alcunché a mezzo metro di distanza. Il cacciatore chiuse gli occhi e si accorse che qualche pezzo del suo frugale pranzo gli era sfuggito dalle mani (un po’ tremanti) per finire sul sentiero. Si ricompose e provò ad alzarsi, ma appena mise il piede per terra ricominciarono i dolori lancinanti. Non si poteva far altro che attendere il passaggio di qualche viandante o, in caso contrario, tornare indietro sopportando il dolore.

Provò a scrutare quel muro bianco che gli stava di fronte sperando di sentire qualche passo e vedere affacciarsi qualche volto umano, ma tutto era silenzio.  Il bosco attorno a lui era uno scrigno di ovatta.

Si disse che avrebbe aspettato ancora pochi minuti e poi si sarebbe deciso a ritornare sui suoi passi fendendo la nebbia e sopportando quell’antipatico dolore.

Mentre provava ad alzarsi lentamente dal muretto gli parve di sentire un fruscio poco distante da sé e, giratosi, si accorse che la nebbia lasciava lentamente intravedere due punte che sembravano rami di un albero  – Forse si sta diradando – pensò  – meno male così il ritorno sarà meno problematico.-

In effetti quel fitto banco di nebbia, dopo quella breve sosta, incominciò a spostarsi lentamente disvelando ogni cosa al suo passaggio.

Il bosco stava riprendendo il suo “raccontare” e una visione si stava gradatamente materializzando davanti al cacciatore che rimase seduto e immobile dal grande stupore.

Un magnifico cervo con delle maestose corna lo stava fissando dritto negli occhi. Anselmo guardò il suo fucile, ma il cervo non si mosse e continuò a fissarlo. Il cacciatore si sentì ipnotizzato. La preda era lì, accanto a lui, ma lui non riusciva ad imbracciare il fucile. Era indolenzito dal dolore alla gamba e temeva di aggravare la sua situazione con qualche brusco movimento. I suoi occhi erano ormai incantati in quelli del magnifico animale e per un tempo indefinito i due sembravano scambiarsi enigmatici discorsi.

Infine il cervo notò il pezzo di pane per terra e, avvicinatosi lentamente, se lo trangugiò con evidente piacere. Dopo un ultimo sguardo al malcapitato, si girò e si addentrò solennemente nella boscaglia.

-         Non avrei mai potuto – si ripeteva Anselmo - non avrei mai potuto uccidere tanta bellezza e l’innocenza dei suoi occhi me lo impediva senza riserve -.

Non aveva mai visto negli occhi le sue prede, Anselmo, e si accorse che qualcosa stava cambiando nel suo animo.

In quel mentre udì il rumore di passi  cadenzati  e, con sua grande gioia, vide un suo amico cacciatore che gli si stava avvicinando. Gli spiegò  la sua disavventura e questi si premurò di accompagnarlo alla sua abitazione dove avrebbero provveduto alle cure necessarie.

-        - Per fortuna sei arrivato al momento giusto – gli disse – mi sa che non è giornata di caccia oggi, non si vedeva in giro nemmeno un topo -.

I due amici trascorsero così la giornata in compagnia, l’uno contento di essere stato soccorso, l’altro di aver fatto un favore al suo compagno.

E da quel giorno, Anselmo, smise di andare a caccia. Solo lui sapeva il perché. 

Il bosco era diventato per lui un luogo rasserenante per fare salubri passeggiate e raccogliere funghi.

Giovanna Giordani

 

 

 

 

       

 

domenica 30 luglio 2023

LA VECCHIA STAZIONE

 


Il titolo dell’articolo di giornale era inequivocabile: La casetta della vecchia stazione ferroviaria prossimamente sarà demolita .

Elisa fissò come  ipnotizzata la foto che accompagnava l’articolo.

Certo, era la vecchia sala d’attesa della piccola stazione ormai in disuso da tanto tempo. La porta dalla quale si accedeva alla pensilina era rigorosamente chiusa e dai suoi vetri filtrava una luce bianca che impediva la visuale oltre gli stessi. - Era la luce del mattino - pensò Elisa, poiché l’accesso ai binari era a est. Cercò con lo sguardo le vecchie panchine. Erano lì,  accarezzate dai raggi di quella luce mattutina che sembrava consolarle della solitudine che le aveva colpite. E poi, ecco la mensola della biglietteria, con lo sportello in legno abbassato come il broncio di un bambino offeso. Elisa volse lo sguardo alle pareti. La bacheca degli orari mostrava gli angoli cadenti dei fogli ingialliti, come petali di fiori appassiti. A lato della bacheca si poteva notare la porta che portava all’ufficio del capo stazione, ineluttabilmente chiusa. In quella stanza il tempo si era fermato. Lo dimostravano gli arredi fuori moda nonché i modelli datati delle porte. Il tutto imbevuto dalla percezione di un silenzio inesorabile.

-       Verrà demolita – ripeté a bassa voce Elisa. E una punta di tristezza salì lentamente da qualche angolo remoto della sua anima.

Quante volte si era seduta su quelle panchine, quando, giovinetta, attendeva il treno che la portava al lavoro in città. Già, perché quella era una stazioncina di paese dove, per i soliti motivi economici, già da qualche anno era stato deciso che i treni non avrebbero mai più effettuato la fermata.

I ricordi affioravano prepotenti nella mente di Elisa. Allora era giovane e la vita era piena di promesse. - Tutto cambia, tutto finisce.  Anche questa - disse tra sé - anche questa non ci sarà più -.

Elisa passò in rassegna i suoi giovani compagni di viaggio di un tempo. Come lei, obbedienti al destino di lavoratori precoci, pieni di speranze e sogni nel cassetto. Si erano autosoprannominati “La compagnia del treno”. Mezzi addormentati e taciturni al mattino, quando ritornavano dopo la giornata di lavoro, formavano un bel gruppo ciarliero e spensierato. Quanti anni erano trascorsi da allora. Chissà se ogni tanto pensavano ancora a quel periodo della loro giovinezza. Ormai ognuno aveva seguito il destino che la vita gli aveva preparato.

-       “La compagnia del treno” non c’è più – si disse Elisa.

Osservò ancora insistentemente la fotografia di quella saletta d’attesa. Le panchine vuote, la biglietteria chiusa in un suo dignitoso silenzio, la bacheca impolverata.

Quanta gente era passata di lì, quanti sguardi distratti o frettolosi avevano attraversato quel piccolo spazio di mondo. Quanti pensieri avevano sostato nell’aria di quell’angusta stanzetta, in attesa che  il treno arrivasse.  

Era successo anche un gravissimo incidente. Un’anziana passeggera aveva perso la vita investita dal treno mentre attraversava i binari e non si era mai capito come era potuto succedere.

-          Poverina - pensò Elisa - ormai non si ricorda più nessuno di lei. Solo questa vecchia stazione sa la verità. E fra poco anche questa sarà spazzata via. Non è giusto -.

 Fissò la porta dai vetri imbiancati da quella luce accecante.

Elisa si rese conto che lo smantellamento di quell’edificio significava per lei come radere al suolo una parte della sua vita. Sapeva benissimo che nulla è eterno di ciò che ci circonda e tante costruzioni erano state abbattute e sostituite da altre più moderne e funzionali. Bisognava accettare tutto questo. Eppure…- non è giusto - ripeteva a se stessa. Ma all’improvviso qualcosa s’illuminò nella sua mente. Prese le forbici dal cassetto e iniziò a ritagliare dal giornale quella foto che tanto l’aveva colpita. - Questa rimarrà con me - si disse e la portò nella scatola dove custodiva articoli di giornale e altre foto che la interessavano.

La guardò intensamente e le parlò come se quella avesse potuto sentire: - eccoti qui, starai vicino a me e mi racconterai tutto quello che sai. Tu parlerai piano piano e io scriverò. –

Poi Elisa si mise al pc e cominciò a ticchettare sui tasti:

La ragazza arrivò alla stazione trafelata. Il bigliettaio la tranquillizzò dicendo che quel mattino il treno sarebbe arrivato in ritardo di 10 minuti. Si guardò intorno con un sospiro di sollievo mentre un ragazzo alto e slanciato la stava guardando sorridendo: - ciao – le disse - ho avuto la stessa fortuna anch’io questa mattina –

La ragazza ricambiò il sorriso e si sedette esausta sulla panchina. – Ogni tanto i ritardi sono una manna – rispose. Sorrisero entrambi e, appena la ragazza si riebbe dal fiatone, si alzò e si diressero ambedue fuori dalla sala d’attesa verso la pensilina dove, in lontananza,  il treno annunciava il suo arrivo con quel suo fischio inconfondibile…

- Giovanna Giordani

mercoledì 9 novembre 2022

LA SORPRESA


 

“…Due nemici ho io a questo mondo,

due gemelli - indissolubilmente fusi:
la fame degli affamati - e la sazietà dei sazi
.”

(Marina Ivanovna Cvetaeva)

 

La mattina, generalmente, affronto la giornata con ottimismo. Così questa mattina, mentre esco sul poggiolo per respirare una boccata d’aria fresca,  scorgo qualcosa di “grigioscuro”  sulle piastrelle pulite. Guardo in alto dove, sotto il tetto, c’è un nuovo nido. Un temuto presentimento mi assale, ma “devo vedere” e punto lo sguardo trovando purtroppo conferma ai miei sospetti: è un piccolo uccellino i cui primi tentativi di volo non sono andati a buon fine, complice probabilmente il temporale dei giorni scorsi. Ahimè! È inevitabile quindi che mi scenda dentro un velo di tristezza. Ma mi devo convincere che così è la vita…

Mentre poi sto innaffiando le mie tenere piantine mi sento chiamare dalla strada ciao signora ed ecco sopraggiungere l’africano che viene a offrirci la merce che porta in giro in pesanti borsoni. Questa volta noto che, oltre al borsone malandato, ha in mano una bella borsa di paglia dai colori sgargianti che mettono allegria. Appena gli apro la porta mi allunga il braccio porgendomi la borsa dicendo: è regalo per te, perché mi hai aiutato. E’ borsa per andare in spiaggia.

  • Grazie – gli dico, quasi incredula. E’ la prima volta che questi stranieri, ai quali compero qualche loro mercanzia, ringraziano in modo così tangibile! Una piccola gioia mi scende nel cuore.

Si chiama Derik. A casa nostra è venuto poche volte una delle quali l’avevamo invitato a pranzare con noi. Ci ha raccontato così delle difficoltà della vita nel suo paese e del suo desiderio di trovare lavoro per dare una vita dignitosa alla sua famiglia.  Naturalmente, dopo avergli comprato qualche articolo della sua umile mercanzia, gli abbiamo augurato ogni bene.

Ma perché il mondo è così ingiusto? La domanda sorge spontanea. Perché a chi troppo e a chi troppo poco?

Così la giornata iniziata con una sorpresa “grigioscura” mi ha regalato quest’altra coloratissima. La borsa di paglia dai colori sgargianti la uso poco per paura di rovinarla. La custodisco con cura. Quando la guardo penso a quanto sia grande e bello il sentimento della riconoscenza. Derik non è più venuto. Spero che abbia trovato un lavoro e possa così aiutare la sua famiglia. Se lo merita proprio.

Giovanna Giordani


sabato 29 ottobre 2022

LA CASA DELLE FATE

 


Nella casa della mia infanzia il sole faceva capolino solo in rari momenti della giornata.
Al cortile, poi, chiuso com'era fra le mura delle case vicine, era preclusa la gioia di quei raggi benefici.
Solo nelle giornate di cielo terso mi incantavo a guardare il quadrato di luce azzurra che spiccava fra i tetti. Sembrava una piscina rovesciata. Veniva voglia di tuffarsi dentro se non altro per sfuggire all'odore di muffa che, in quel luogo, impregnava le narici.
Mia madre avrebbe voluto mettere dei gerani sul davanzale della finestra che dava su quel cortile - tanto per dare un po' di colore all'ambiente - diceva. Una volta ci aveva provato. L'attesa di vedere i bei fiori rosa, però, non era stata premiata. I gerani avevano partorito solo grandi monocrome foglie verdi.
Quel luogo angusto era però rallegrato ogni primavera dall'arrivo delle rondini.
Costruivano i loro nidi sotto i tetti o sotto i poggioli di legno. Quando mia madre si accorgeva del loro arrivo ce lo annunciava felice come se fossero arrivati dei cari parenti. Io penso che si sentisse un po' a loro affine. Le rondini, del resto, come lei, non facevano altro che prodigarsi per i loro figli.
Quel piccolo cortile era lo spazio più vicino che avevamo per giocare. E cercavamo di sfruttarlo al meglio. Io giocavo a palla facendola rimbalzare sul muro oppure, se eravamo in quattro o cinque, giocavamo ad "asino". Mia madre ci lasciava fare per un po', ma poi ci richiamava perché aveva paura che disturbassimo i vicini. Sapeva che il pittore di fronte non gradiva i nostri strilli. Gli disturbavano la concentrazione. Poi c'era un altro problema: quella scala pericolante che portava all'appartamento disabitato del lato Nord. Appena mia madre si accorgeva che mettevamo il piede sul primo gradino ci urlava di non continuare perché sarebbe uscita di sicuro la strega da una di quelle porte di legno che davano sul poggiolo. Noi rimanevamo un po' perplessi, dibattuti fra curiosità e timore. Ma ubbidivamo. Perché sapevamo che era meglio ubbidire. E basta.
Appena poteva mia madre ci portava fuori, in qualche posto tranquillo, in mezzo al verde, nei dintorni del paese.
- È per la vostra salute - diceva.
Lì, potevamo correre e giocare felici all'aria aperta. Venivano anche dei nostri coetanei e passavamo dei bei pomeriggi. Mia madre sferruzzava seduta su un muretto conversando con altre mamme che avevano avuto la stessa idea.
Spesso, per raggiungere quei posti, percorrevamo una strada bianca e polverosa che passava per le campagne.
Arrivati ad un certo punto, adiacente alla strada e all'inizio della distesa dei vigneti, si presentava allo sguardo del passante una casetta dalle pareti color rosa pallido, leggermente scrostate, con le imposte di un verde oliva scolorite qua e là.
Quella casetta si distingueva dalle altre del paese per la sua posizione isolata e per il suo stile vagamente signorile. Era senz'altro disabitata. Le imposte erano sempre chiuse e appariva, ai miei occhi di bambina, come qualcosa di prezioso ed inspiegabilmente abbandonato.
Stava lì, come una nobile vecchia signora pensierosa, immobile, in un suo dignitoso silenzio.
- Non ci abita nessuno in quella casa? - chiedevo a mia madre.
- No, non ci abita nessuno - Rispondeva.
- Come mai? - insistevo.
- Perché… quella è… la casa delle fate - replicava tranquilla e serena mia madre.
- E le fate non si vedono? - continuavo incuriosita.
- No, le fate non si fanno mai vedere dagli uomini - Era la risposta.
- Nessuno può entrare lì dentro? -
- No, guai, le fate si arrabbierebbero moltissimo -.
Mi bastava così. Non volevo andare oltre. Era meglio fermarsi lì. Non volevo sciorinare le altre domande che affollavano la mia mente. Le ricacciavo tutte indietro. Lei aveva detto così. E io volevo crederci. Silenzio, quindi e…via con la fantasia!
Immaginavo un turbinio di veli e uno scintillio di colori dentro le misteriose stanze della casetta rosa.
Tutto, oltre quelle imposte chiuse, doveva essere evanescente e affascinante. E poi, quello che potevo immaginare io era probabilmente ben poca cosa in confronto al mondo meraviglioso che doveva esserci là dentro.
All'interno di quella casa ogni cosa doveva essere stupefacente e tanto diversa da quello che si poteva vedere nelle normali nostre case. Perfino i fiori nei vasi, probabilmente, erano fiori particolari che solo le fate sapevano dove raccogliere.
Ero sicura che la loro vita si svolgeva in un armonioso intreccio di serenità, pace e benessere.
E tutto questo era precluso ai comuni mortali.
Mentre oltrepassavo la casetta, a volte giravo indietro il capo per vedere se, per qualche provvidenziale sbadataggine di qualche fata, un lembo di velo si fosse impigliato da qualche parte. Macché, mai niente. Le fate erano molto furbe e sapevano bene come non farsi scoprire.
Poi, nella concretezza dei giochi con i coetanei, per un po' tutto questo veniva accantonato negli angoli reconditi della mente, ma quando si ritornava a casa, passando davanti alla "casa delle fate" mi sembrava che perfino gli ultimi raggi di sole indugiassero su quelle imposte superbamente chiuse, quasi che anche loro avessero voglia di penetrare, come me, in quel mondo proibito.
Intanto le stagioni si avvicendavano, calamitando i nostri giorni e i nostri anni.
La "casa delle fate" era sempre là. Le imposte chiuse. I colori sempre più sbiaditi.
Le vicende della vita mi portarono fuori dal mio paese.
Ci ritorno appena posso.
Vado al cimitero a salutare mia madre. L'ultima volta ho voluto percorrere la vecchia strada al limitare delle campagne. Ora è una grande strada asfaltata. Ho cercato con lo sguardo "la casa delle fate". Ma la casetta rosa dalle imposte verde oliva, ahimè, non c'è più! Al suo posto sorge una bella casa moderna. Rallentando l'andatura posso notare, su un terrazzino, un triciclo e dei giochi.
D'impulso accelero. Qualche minuto più tardi, mia madre mi sorride dalla foto della lapide. Ricambio, con la solita strizza al cuore. 
- Hanno distrutto la casa delle fate - le dico. - E i bambini che gioc
ano nella nuova casa, non lo sapranno mai -.

Giovanna Giordani -

 


giovedì 23 dicembre 2021

IL NATALE DI NINO

 

(foto da web)


Che fosse un bambino a dir poco speciale si era capito fin dai suoi primi anni. Il suo nome era Giovanni, ma per familiari e amici semplicemente e affettuosamente Nino.

Frequentava la terza elementare e aveva imparato a leggere e a scrivere in poco tempo. I suoi genitori ne erano naturalmente molto orgogliosi. Arrivata la vigilia di Natale gli domandarono se avesse delle richieste particolari per Babbo Natale.

Si, rispose prontamente il bimbo, scriverò una letterina. Va bene, risposero mamma e papà, poi andremo ad imbucarla affinché arrivi in tempo.

Nino aveva visto ai telegiornali delle cose che l’avevano colpito parecchio. Persone disperate che venivano dal mare su imbarcazioni traballanti, famiglie con bambini piccoli accampate al freddo e al gelo davanti a un muro di filo spinato che impediva loro di essere ospitati nel paese vicino.

Guardò il presepe che aveva preparato assieme ai suoi genitori. Gesù Bambino nella culla di paglia era seminudo e sorrideva con le sue piccole braccia alzate come volesse offrirsi alle persone che erano venute a vederlo. La Madonna e San Giuseppe erano inginocchiati accanto a lui e pregavano.

E Babbo Natale? Era un pupazzo bello giocoso che stava seduto tranquillo sotto l’albero in attesa di trasformarsi in quello che durante la notte avrebbe portato i doni.

Nino si recò nella sua cameretta, prese un bel foglio bianco e cominciò a scrivere la seguente letterina:

<Caro Babbo Natale, sei lì, vicino alla capanna dove ti sorride Gesù Bambino e io credo che ormai voi due siete diventati amici. Allora questa letterina voglio inviarla a tutti e due.

Ho visto ai telegiornali delle cose che mi hanno fatto piangere. Certa gente che stava per affogare in mare. Bambini che fuggivano dai loro paesi assieme ai loro genitori perché degli uomini cattivi cercavano di fare loro del male. Qui, in città, dove abito io ci sono tante luci, tanti negozi e tanti bambini come me hanno tante cose e tanti giochi, ma aspettano la festa di Natale per riceverne ancora. Allora caro Babbo Natale e caro Gesù Bambino vi prego questa volta di non portarmi regali ma di far giungere i doni destinati a me ai bambini che piangono e di aiutare le loro famiglie a vivere in una casa come la mia. Vi ringrazio e vi mando un bacio, ciao, Nino>

Ciò fatto, il bambino piegò per bene la letterina e, avuta una busta dalla sua mamma, la inserì con determinazione, scrisse l’indirizzo e gliela riconsegnò affinché la imbucasse nella cassetta delle lettere come aveva promesso.

Il giorno di Natale ci fu la risposta. Sotto l’albero, accanto al presepe spiccava una bella busta rossa indirizzata proprio a Nino che l’aprì tutto trepidante e lesse a voce alta quanto stava scritto:

<caro Nino, ci ha fatto molto piacere la tua letterina poiché quello che hai richiesto è più importante di tutti i giocattoli del mondo e, se i nostri collaboratori ci danno una mano, cercheremo di esaudire il tuo desiderio. Ma nel frattempo accetta questo piccolo segno del nostro affetto per te

firmato: Gesù Bambino e Babbo Natale>.

Allora cercò con lo sguardo sotto l’albero e vide un pacchettino con scritto il suo nome. Lo scartò e si trovò fra le mani un bellissimo libro con una copertina dai vivaci colori dove primeggiava a grandi lettere il titolo:

LE PIÙ BELLE STORIE DI NATALE

Nino non stava in sé dalla gioia e mostrò felice ai suoi genitori il bel regalo che gli avevano fatto Gesù Bambino e Babbo Natale. Naturalmente si sarebbe ricordato di quel giorno di Natale come uno dei più belli della sua vita.


- Giovanna Giordani -


giovedì 13 febbraio 2020

LA LEGGENDA DELL'ALBERO DI REGINELLA






Si racconta che, in una piccola casetta di un paese adagiato alle falde di una possente montagna,  erano vissuti tanto, tanto tempo fa, un vecchio vedovo con la sua giovane figlia di nome Reginella.
Costei accudiva con cura il vecchio padre e spesso gli chiedeva di raccontargli com’era la sua mamma della quale proprio non poteva ricordare nulla in quanto, quando il cielo se l’era presa, lei era troppo piccola.
Pur sentendo sanguinare una ferita che non si era mai chiusa, il vecchio, per amore della figlia, cercava di accontentarla e le raccontava della bellezza e gaiezza della madre e di come era buona e gentile con tutti.
Reginella ascoltava estasiata e cercava di immaginarsi i lineamenti ed il dolce sorriso della madre.
Gli anni passavano implacabili. Reginella si era fatta una bella ragazza ed il padre era sempre più debole e stanco.
Un giorno passò da quelle parti un giovane signore e, mentre percorreva la strada principale del paese in cerca di un ostello, incontrò Reginella che usciva dal negozio del droghiere.
Colpito dalla sua bellezza la seguì e le chiese dove poteva trovare alloggio per quella notte.
Reginella guardò quel signore dall’aspetto gentile e, poiché in quel piccolo paese non c’erano ostelli,  pensò che avrebbe potuto chiedere al vecchio padre di ospitarlo presso di loro. Lo invitò quindi a seguirla nella sua umile casetta.
Il padre, naturalmente, non si oppose, anche perché non avrebbe mai osato rifiutare qualcosa alla sua buona e adorata figlia.
E così Reginella fece accomodare quel signore e si prodigò per preparare una buona cenetta per tutti e tre.
Erano così rari gli ospiti a casa loro.
Si accomodarono quindi attorno al tavolo e Reginella servì delle gustose vivande fumanti. L’ospite disse che era un ballerino alla corte del re;  il suo nome era Omar ed era molto felice del suo lavoro perché quando danzava si sentiva sereno e leggero e si scordava di tutte le cose tristi della vita.
Reginella lo ascoltava con interesse ponendo parecchie domande mentre le sue guance si facevano sempre più rosse.
Il padre guardava i due giovani in silenzio e all’improvviso sentì che i suoi occhi erano molto pesanti e non riusciva più a tenerli bene aperti. Si alzò dal tavolo e si sdraiò sulla poltrona ben ricoperta dai cuscini che la figlia aveva confezionato e ricamato per lui.
Fra un racconto e l’altro, il tempo fuggiva veloce e la notte stava avanzando a grandi passi.
Reginella disse che sarebbe andata di sopra a preparare la stanza per il giovane viandante e così lo lasciò solo con il padre.
Omar si avvicinò alla poltrona e si accorse che il vecchio si era addormentato. Lo lasciò ai suoi sogni ed attese il ritorno di Reginella la quale non si fece aspettare molto.
Si avvicinò alla poltrona del padre e lo invitò dolcemente ad andare a letto. Il padre non rispondeva.
Gli pose una mano sul volto per accarezzarlo e sentì sotto i palmi un gelo che la riempì di terrore.
Iniziò a gridare invocando il nome del padre, ma tutto era inutile.
      - E’ morto – disse Omar.
Il giorno successivo lo seppellirono accanto alla moglie.
Omar chiese a Reginella di partire con lui ed ella acconsentì.
Fu portata alla corte del re e le fu insegnata l’arte della danza. Ma Omar era scomparso. E questo era il suo grande cruccio.
Le piaceva danzare, ma sentiva molto la mancanza del padre e di Omar e, seppure vivesse in mezzo alla ricchezza ed agli agi, non era felice.
Una sera, dopo l’ennesimo successo per una danza in onore degli invitati del re, Reginella, nella solitudine della sua stanza, pensò alla sua mamma.
La chiamò così intensamente che le sembrò che ella fosse lì, accanto a lei ad ascoltarla.
In quel momento una forte folata di vento gonfiò  i pesanti tendaggi che adornavano la stanza  ed Omar in persona le apparve nel vano della finestra.
- Vieni, corri, non c'è tempo da perdere - la invitò concitato Omar.
Reginella era sconvolta dall’emozione e si lasciò sollevare dalle forti braccia del giovane che la condusse con sé.
Un cavallo nero li stava aspettando nella strada e,  appena furono ambedue in sella,  fuggì via al galoppo.
Correvano veloci, attraverso le stradine e poi, fuori, nei prati e poi su, su verso i boschi e la montagna.
     - Ti spiegherò dopo - le disse Omar.
     Quando gli parve di essere abbastanza lontano dal castello del re, fermò il cavallo e, dopo essere smontati dallo stesso, si sedettero su di un masso lì vicino.
     - Ti ho mentito – le confessò Omar. - Io avevo ricevuto l’incarico dal re di procurargli delle belle ragazze per insegnare loro la danza e rallegrare quindi le feste frequenti che organizzava al castello. Se non avessi obbedito mi avrebbe fatto tagliare la testa. Ma tu, eri talmente innocente e gentile che, dopo averti condotta da lui, sentii  muoversi dentro di me i rimorsi come serpenti.  Finché presi la decisione di rischiare la mia vita e di portarti via  -.
     -  Ti ringrazio, mio Omar, rispose Reginella. Io, infatti, non ero felice là,  in quel castello e il pensiero di te non mi lasciava mai. –
Mentre stavano parlando la prima neve cominciò a cadere e si preoccuparono subito di cercare un riparo. All’improvviso, però, udirono l’abbaiare furioso di cani ed Omar disse che erano stati sguinzagliati al loro inseguimento dai soldati del re,  per uccidere lui e riportare lei alla sua vita infelice.
La neve cadeva sempre più copiosa e Omar coprì Reginella di un mantello bianco che aveva portato con sé. Si alzarono in piedi e lui la strinse forte, sempre più forte, accanto al suo petto baciandola appassionatamente.
Poi, lentamente,  cominciarono a girare su se stessi, prima piano, poi più forte, poi sempre più forte, abbracciati come fossero un corpo solo mentre la neve li nascondeva in un gelido turbinio che faceva fremere tutto ciò che li circondava.
Giravano incessantemente, e da quel vortice bianco si formarono delle raffiche di ghiaccio che accecarono tutti i cani che si stavano avvicinando e così  i soldati rinunciarono all’inseguimento per paura di essere colpiti a morte.
Finché la calma ritornò.  Un bianco silenzio copriva ogni cosa.
Omar e Reginella erano talmente avvinghiati che nessuno mai più li avrebbe potuti dividere.
Col passare del tempo, da quelle parti fu visto un albero strano ed originale,  col tronco bianco chiazzato di scuro,  che si ergeva in spirali verso il cielo assieme ai rami ad esso attorcigliati come in un abbraccio forte e struggente. Nessun altro albero gli somiglia.
Fu così che, piano piano, nacque fra gli abitanti di quel luogo la leggenda dell’Albero di Reginella.
E ancora oggi, nel paese,  quando inizia a spirare il vento forte dell’inverno,  si va dicendo che Omar e Reginella stanno ricominciando a danzare, lassù nella foresta alle pendici della possente montagna.

 - Giovanna Giordani -


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