≪CREDEVANO, GLI UOMINI, CHE LA COSA PIÙ SACRA E PIÙ IMPORTANTE NON FOSSE QUELLA MATTINATA DI PRIMAVERA, NON FOSSE QUELLA BELLEZZA DEL MONDO, CONCESSA PER IL BENE DI TUTTE LE CREATURE, GIACCHÈ ERA UNA BELLEZZA CHE DISPONEVA ALLA PACE, ALL’ACCORDO, ALL’AMORE: MA FOSSE, LA COSA PIÙ SACRA E PIÙ IMPORTANTE, CIÒ CHE ESSI STESSI AVEVANO ESCOGITATO PER POTER DOMINARE GLI UNI SUGLI ALTRI >. (Leone Tolstoj)
Si racconta che, in una piccola casetta di un paese adagiato alle falde di
una possente montagna, erano vissuti tanto, tanto tempo fa, un
vecchio vedovo con la sua giovane figlia di nome Reginella.
Costei accudiva con cura il vecchio padre e spesso gli chiedeva di
raccontargli com’era la sua mamma della quale proprio non poteva ricordare
nulla in quanto, quando il cielo se l’era presa, lei era troppo piccola.
Pur sentendo sanguinare una ferita che non si era mai chiusa, il vecchio,
per amore della figlia, cercava di accontentarla e le raccontava della bellezza
e gaiezza della madre e di come era buona e gentile con tutti.
Reginella ascoltava estasiata e cercava di immaginarsi i lineamenti ed il
dolce sorriso della madre.
Gli anni passavano implacabili. Reginella si era fatta una bella ragazza ed
il padre era sempre più debole e stanco.
Un giorno passò da quelle parti un giovane signore e, mentre percorreva la
strada principale del paese in cerca di un ostello, incontrò Reginella che
usciva dal negozio del droghiere.
Colpito dalla sua bellezza la seguì e le chiese dove poteva trovare
alloggio per quella notte.
Reginella guardò quel signore dall’aspetto gentile e, poiché in quel
piccolo paese non c’erano ostelli, pensò che avrebbe potuto chiedere
al vecchio padre di ospitarlo presso di loro. Lo invitò quindi a seguirla nella
sua umile casetta.
Il padre, naturalmente, non si oppose, anche perché non avrebbe mai osato
rifiutare qualcosa alla sua buona e adorata figlia.
E così Reginella fece accomodare quel signore e si prodigò per preparare
una buona cenetta per tutti e tre.
Erano così rari gli ospiti a casa loro.
Si accomodarono quindi attorno al tavolo e Reginella servì delle gustose
vivande fumanti. L’ospite disse che era un ballerino alla corte del
re; il suo nome era Omar ed era molto felice del suo lavoro perché
quando danzava si sentiva sereno e leggero e si scordava di tutte le cose
tristi della vita.
Reginella lo ascoltava con interesse ponendo parecchie domande mentre le
sue guance si facevano sempre più rosse.
Il padre guardava i due giovani in silenzio e all’improvviso sentì che i
suoi occhi erano molto pesanti e non riusciva più a tenerli bene aperti. Si
alzò dal tavolo e si sdraiò sulla poltrona ben ricoperta dai cuscini che la
figlia aveva confezionato e ricamato per lui.
Fra un racconto e l’altro, il tempo fuggiva veloce e la notte stava
avanzando a grandi passi.
Reginella disse che sarebbe andata di sopra a preparare la stanza per il
giovane viandante e così lo lasciò solo con il padre.
Omar si avvicinò alla poltrona e si accorse che il vecchio si era
addormentato. Lo lasciò ai suoi sogni ed attese il ritorno di Reginella la
quale non si fece aspettare molto.
Si avvicinò alla poltrona del padre e lo invitò dolcemente ad andare a
letto. Il padre non rispondeva.
Gli pose una mano sul volto per accarezzarlo e sentì sotto i palmi un gelo
che la riempì di terrore.
Iniziò a gridare invocando il nome del padre, ma tutto era inutile.
- E’
morto – disse Omar.
Il giorno successivo lo seppellirono accanto alla moglie.
Omar chiese a Reginella di partire con lui ed ella acconsentì.
Fu portata alla corte del re e le fu insegnata l’arte della danza. Ma Omar
era scomparso. E questo era il suo grande cruccio.
Le piaceva danzare, ma sentiva molto la mancanza del padre e di Omar e,
seppure vivesse in mezzo alla ricchezza ed agli agi, non era felice.
Una sera, dopo l’ennesimo successo per una danza in onore degli invitati
del re, Reginella, nella solitudine della sua stanza, pensò alla sua mamma.
La chiamò così intensamente che le sembrò che ella fosse lì, accanto a lei
ad ascoltarla.
In quel momento una forte folata di vento gonfiò i pesanti tendaggi
che adornavano la stanza ed Omar in persona le apparve nel
vano della finestra. - Vieni, corri, non c'è tempo da perdere - la invitò concitato Omar.
Reginella era sconvolta dall’emozione e si lasciò sollevare dalle forti
braccia del giovane che la condusse con sé.
Un cavallo nero li stava aspettando nella strada e, appena
furono ambedue in sella, fuggì via al galoppo.
Correvano veloci, attraverso le stradine e poi, fuori, nei prati e poi su,
su verso i boschi e la montagna.
- Ti spiegherò
dopo - le disse Omar.
Quando gli
parve di essere abbastanza lontano dal castello del re, fermò il cavallo e,
dopo essere smontati dallo stesso, si sedettero su di un masso lì vicino.
- Ti ho
mentito – le confessò Omar. - Io avevo ricevuto l’incarico dal re di
procurargli delle belle ragazze per insegnare loro la danza e rallegrare quindi
le feste frequenti che organizzava al castello. Se non avessi obbedito mi
avrebbe fatto tagliare la testa. Ma tu, eri talmente innocente e gentile che,
dopo averti condotta da lui, sentii muoversi dentro di me i rimorsi
come serpenti. Finché presi la decisione di rischiare la mia vita e
di portarti via -.
- Ti ringrazio,
mio Omar, rispose Reginella. Io, infatti, non ero felice là, in quel
castello e il pensiero di te non mi lasciava mai. –
Mentre stavano parlando la prima neve cominciò a cadere e si preoccuparono
subito di cercare un riparo. All’improvviso, però, udirono l’abbaiare furioso
di cani ed Omar disse che erano stati sguinzagliati al loro inseguimento dai
soldati del re, per uccidere lui e riportare lei alla sua vita
infelice.
La neve cadeva sempre più copiosa e Omar coprì Reginella di un mantello
bianco che aveva portato con sé. Si alzarono in piedi e lui la strinse forte,
sempre più forte, accanto al suo petto baciandola appassionatamente.
Poi, lentamente, cominciarono a girare su se stessi, prima
piano, poi più forte, poi sempre più forte, abbracciati come fossero un corpo
solo mentre la neve li nascondeva in un gelido turbinio che faceva fremere
tutto ciò che li circondava.
Giravano incessantemente, e da quel vortice bianco si formarono delle
raffiche di ghiaccio che accecarono tutti i cani che si stavano avvicinando e
così i soldati rinunciarono
all’inseguimento per paura di essere colpiti a morte.
Finché la calma ritornò. Un bianco silenzio copriva ogni cosa.
Omar e Reginella erano talmente avvinghiati che nessuno mai più li avrebbe
potuti dividere.
Col passare del tempo, da quelle parti fu visto un albero strano ed
originale, col tronco bianco chiazzato di scuro, che si
ergeva in spirali verso il cielo assieme ai rami ad esso attorcigliati come in
un abbraccio forte e struggente. Nessun altro albero gli somiglia.
Fu così che, piano piano, nacque fra gli abitanti di quel luogo la leggenda
dell’Albero di Reginella.
E ancora oggi, nel paese, quando inizia a spirare il vento forte
dell’inverno, si va dicendo che Omar e Reginella stanno ricominciando
a danzare, lassù nella foresta alle pendici della possente montagna.
C’era una volta un bottone nero
che capitò per caso in una scatola di latta ripiena di una gran quantità di
bottoni colorati che si rimiravano l’un l’altro.
Al bottone nero nessuno rivolgeva
la parola ed egli un giorno radunò tutto il suo coraggio e chiese ai suoi
compagni: - che cosa vi ho fatto di male per meritare questa vostra
indifferenza? –
Quelli si guardarono di sottecchi
(veramente si dovrebbe dire da sotto i buchetti che avevano in mezzo alle loro forme
geometriche varie, tonda, quadrata, romboidale ecc.) finché uno, un po’ più
grosso degli altri e coperto di pietruzze luccicanti, rispose:
-Veramente tu non ci hai fatto niente di male, ma
sei così nero e insignificante che non si capisce come mai ti abbiano messo in
nostra compagnia. Guarda, per esempio, quel bottone tutto dorato, com’è solare,
lui aspetta di essere esposto quanto prima in bella mostra su di una importante
giacca blu. –
Il bottone nero girò gli
occhietti verso il bottone dorato e quasi rimase abbagliato dallo splendore che
sprigionava, così andòa rannicchiarsi
mogio mogio in fondo all’angolo della scatola senza più replicare.
Qualche giorno dopo, mentre tutti
i bottoni stavano facendo il sonnellino pomeridiano, la scatola venne improvvisamente
scoperchiata e una mano femminile s’intrufolò con decisione fra di loro estraendone a manciate e disponendoli su un tavolo ricoperto da un drappo di
stoffa bianca.
- Questo no, questo neanche,
questo è troppo grande, questo è troppo piccolo, questo luccica troppo, questo
è troppo azzurro, questo è troppo rosso, questo è troppo giallo – e così quella
voce femminile mano a mano che scartava i bottoni che non erano di suo gusto li
faceva ricadere con un lieve tonfo nella scatola dalla quale li aveva tolti.
Sembrava proprio che quella
personanon trovasse ciò che desiderava.
Il bottone nero stava
rannicchiato nel suo angolino fermo fermo ed osservava tutto questo trambusto
con un po’ di timore.
Ad un certo punto nell’aria
risuonò un’esclamazione di giubilo e in quel mentre il nostro bottone si sentì
sollevare repentinamente dal suo luogo appartato e venne adagiato delicatamente su quella tela
biancadove i suoi compagni erano stati
esaminati.
- Eccolo – disse la stessa voce di prima – è
quello che mi mancava, per fortuna l’ho ritrovato, ora il vestito potrà essere
finalmente confezionato come si deve -.
Il bottone nero capì che non
sarebbe più tornato assieme agli altri compagni nella scatola e si guardò
intorno. Oh, meraviglia! Sul tavolo c’erano altri sette bottoni uguali a lui
che lo guardavano sorridenti.
- Ma dove ti eri cacciato? – chiese
uno dei sette.
- Beh, non lo so, non ricordo
niente, forse ero caduto e ho battuto la testa e qualcuno mi ha visto e messo
nella scatola assieme a tutti quei fratelli colorati - .
- Va bene, va bene - disse
l’altro bottone – l’importante è che ora Rosa ti abbia trovato perché credo
stia preparando qualcosa di speciale per noi.
Rosa, come avrete sicuramente già
capito, era quell’essere umano che aveva scombussolato quella pacifica giornata
all’interno della scatola di latta.
Ora, però, credo sia giunto il momento di dare un
nome al nostro bottone nero e così lo chiameremo Cico.
I giorni passavano e Cico, con i
suoi sette compagni neri, fu messo in una nuova scatolina di
cartone molto più piccola della scatola di latta.
Assieme trascorrevano il tempo raccontando ognuno qualche passata avventura,
più o meno divertente, e si sentivano in sintonia.
Ogni tanto la scatolina di
cartone veniva spostata di qua o di là provocando così il solletico ai bottoni
neri con conseguenti rumorose risate degli stessi.
Un giorno capitò un fatto che era
destinato a rimanere per sempre nei ricordi dei bottoni colorati e di quelli
neri.
Sentirono all’esterno del loro
involucro un tramestio che non prometteva niente di buono. Ad un certo punto qualcuno prese la scatolina
di cartone e, tolto il coperchio, rovesciò violentemente il contenuto sul
tavolo.
- Bottoni! – sghignazzò una voce con
tono sprezzante mentre con una manata li stava scaraventando a terra.
Stessa sorte subirono anche i bottoni colorati
della scatola di latta che, involontariamente, si vennero a trovare a tu per tu
con i bottoni neri.
- Che disastro, ma cosa sta
succedendo? – si chiedevano tutti i bottoni assai spaventati e tremanti, sparsi
sul pavimento.
C’è anche da dire che la stanza
era tutta buia e quasi non si distinguevano più i bottoni colorati da quelli
neri. Tutti i bottoni però si accorsero che fra di loro stava nascendo un caldo
sentimento di solidarietà ed amicizia che li univa in quel momento di comune
pericolo.
All’improvviso si levò nell’aria
un urlo acuto e altissimo mentre sulla porta apparve una sagoma tutta bianca. I
bottoni capirono subito che si trattava di un fantasma e zittirono
immediatamente.
Anche quella voce sprezzante e iraconda
ammutolì di paura e, dal rumore di passi veloci, capirono che il suo
proprietario se l’era data a gambe.
Con la quiete ritrovata, tornò
anche la luce e il fantasma non fece altro che togliersi la sua veste bianca e
posarla su una sedia. Ma a quel punto la sorpresa dei bottoni fu grande: chi
indossava la veste da fantasma? Era proprio lei, Rosa, la coraggiosa, che era
riuscita a far scappare il ladro! Rosa raccolse subito i bottoni e li rimise
nelle loro rispettive scatoline facendo ben attenzione ad assicurarsi che quelli
neri ci fossero tutti.
E, se voi aveste visto quella
sfilata di carnevale, avreste potuto sentire gli applausi e constatare l’orgoglio
dei bottoni neri mentre spiccavano sul bel vestito bianco di Pierrot che,
finalmente, Rosa era riuscita a confezionare.
E il nostro Cico era proprio
quello in alto, il primo, vicino al cuore.