La neve lentamente si discioglie
liberando i fecondi respiri della terra
nell'aria inebriata da seducenti richiami
d’amore
- Giovanna Giordani -
≪CREDEVANO, GLI UOMINI, CHE LA COSA PIÙ SACRA E PIÙ IMPORTANTE NON FOSSE QUELLA MATTINATA DI PRIMAVERA, NON FOSSE QUELLA BELLEZZA DEL MONDO, CONCESSA PER IL BENE DI TUTTE LE CREATURE, GIACCHÈ ERA UNA BELLEZZA CHE DISPONEVA ALLA PACE, ALL’ACCORDO, ALL’AMORE: MA FOSSE, LA COSA PIÙ SACRA E PIÙ IMPORTANTE, CIÒ CHE ESSI STESSI AVEVANO ESCOGITATO PER POTER DOMINARE GLI UNI SUGLI ALTRI >. (Leone Tolstoj)
La neve lentamente si discioglie
liberando i fecondi respiri della terra
nell'aria inebriata da seducenti richiami
d’amore
- Giovanna Giordani -
L’umanità è fatta per
l’amore e la pace, ma un immondo spirito maligno la vuole soggiogata alla
guerra.
Mi è piaciuto molto questo racconto di Lorenzo De Ninis
Faffankullo
di Lorenzo De Ninis
Avevo quattro anni e mezzo. Ricordo ancora quando sbucò sul versante destro della collina il carro armato tedesco con la canna minacciosa del cannone puntata verso il paese. Corsi in casa, dove mio padre e mia madre stavano ammucchiando la poca roba da portar via. Dovevamo sfollare, era rischioso rimanere in paese. Il giorno prima s'era sparsa la voce che sarebbero arrivati i Tedeschi.
Partimmo con il carretto tirato a mano da mio padre dove erano state messe in sacchi le cose indispensabili. Mio fratello minore stava avvolto in una coperta tra i fagotti, mentre io portavo sulle spalle un sacchetto di foglie di tabacco e patata, che mio padre avrebbe tritato e mescolato per fare le sigarette.
Dopo un giorno di viaggio, trovammo rifugio in una vecchia casa colonica insieme con altri sfollati. Rimanemmo in quel posto più di un anno. Si dormiva su pagliericci riempiti di foglie di mais stesi sul pavimento di mattoni, coperti da mantelline e vecchi pastrani. La cucina, abbandonata chi sa da quanto tempo, tutta nera e sporca, ripulita dai miei per quanto si poteva, aveva un grosso focolare, dove mia madre cucinava servendosi degli oggetti che avevamo portato con noi e del cibo che mio padre si procurava con lavoretti nei dintorni.
A poca distanza dalla casa si era insediato un comando tedesco con guarnigione di soldati quasi tutti molto giovani.
Mia madre, spinta dal bisogno, cominciò a lavare e stirare le camicie per gli ufficiali e sottufficiali.
A portarle e ritirarle, di solito, veniva un aitante soldato, altissimo e biondo, che mi prese in simpatia. Mi offriva qualche caramella insieme al pane nero di segala. E spesso si metteva a giocare con me e mio fratello.
Una volta come un gigante mi prese per la vita, mi sollevò fino agli anelli infissi nel soffitto, che mi fece afferrare, e poi mi lasciò penzoloni. Impaurito, mi misi a gridare la prima parolaccia che avevo imparato senza per altro conoscerne il vero significato:
-Vaffanculooo!-
Lui mi prese di nuovo e mi appoggiò a terra, mentre rideva e ripeteva contento:
-Faffankullo, faffankullo!-
Un'altra volta mi prese per il tallone e mi infilò a testa in giù nel pozzo che si trovava vicino all'aia. Anche in quel caso, quando stavo per toccare l'acqua, mi misi ad urlare vaffanculo a più non posso, e quella magica parola rimbombante sulle umide pareti muschiose mi tirò fuori dal pericolo. Lui, naturalmente, rideva pronunciando faffankullo.
Un giorno trafficavo insieme con mio fratello vicino al focolare e non mi accorsi di un pezzo di tavola da cui fuoriuscivano quattro grossi chiodi arrugginiti. Dove credete che Lorenzo si sedette? Depose la sua tenera chiappa destra proprio su quei puntuti chiodi.
Urlai come un forsennato, accompagnato nel concerto da mio fratello, fino a quando giunsero mia madre e mio padre (si nascondeva per ore nell'intercapedine di due muri per sfuggire alle retate dei Tedeschi e Fascisti) che mi diedero le prime cure. Ma c'era il pericolo del tetano, comunque di un'infezione.
Poco lontano, oltre la vecchia ferrovia, i Tedeschi avevano adibito una casa ad infermeria. Là mia madre, facendosi coraggio e sfidando tutti i pareri negativi, mi portò.
Quando entrammo, scorsi Faffankullo e mi passò la paura. Lui fu contento di vedermi e mi accolse con un gioioso abbraccio. Prima dell'iniezione, tolse il pezzo di lenzuolo e pulì il tutto con impacchi di alcool che bruciava e mi faceva male. Cominciai a strillare e piangere. Per rabbonirmi infilò una mano in tasca. Pensai che volesse darmi una caramella, invece tirò fuori il portafogli da cui estrasse una foto che mi mostrò. Mi segnò col dito un bambino riccioluto all'incirca della mia età, dicendo: -Kwesto essere Otto, fighlio mio- e poi indicò la giovane donna -Kwesta sua mammà-
A sentire "otto", guardai stupito mia madre e mi misi a ridere (credevo che i numeri servissero ad altro!) e mi calmai.
Fatta la puntura, aggiunse: -Tu essere puono, non dire me faffankullo-
Aveva scoperto il significato della misteriosa parola! Finita la medicazione, mi infilò sul petto, sotto la camiciola, un pezzo di pane nero e con una carezza mi salutò, mentre su pressione di mia madre gli dicevo sorridendo: -Grazie, ciao-
Dopo l’orrore
prima ci fu un silenzio
di pietra
poi lo strazio
e la domanda
se fosse stato davvero possibile
tanto crimine da parte di esseri umani
su altri esseri umani
Infine
come bucanevi
dal gelo
riapparvero lentamente le parole
e parlarono
e scrissero
così ora noi sappiamo
quanto incredibilmente nefando
e inumano
e banale
possa essere
il male
Per estirparlo
servirebbe un esorcista
speciale
Gennaio allunga il passo
vestito d’un bianco soffice mantello
va incontro al sole e ride
scrollandosi i ghiaccioli dalle spalle
finché giunge felice sulle cime
delle pallide montagne
e guarda in basso
rabbrividendo
alla vista dei fumi
usciti dai camini
delle case infreddolite
- Giovanna Giordani -
NON FA RUMORE IL PIANTO D'UN BAMBINO
Al dramma dimenticato dello Yemen e del suo popolo
Non fa rumore il pianto d’un bambino
che sanguina fra mille sparute stelle
né di una madre il grido di dolore
che pur ferisce l’infinita notte d’una terra
dov’è tramontata ormai l’alba
e il vuoto nome di Dio riempie
i crateri affamati delle bombe
Soltanto voci e gemiti sommessi
attraverso i radi annoiati spiragli
dei nostri notiziari stanchi
s’ammucchiano a manciate
nel silenzio dell’indifferenza
mentre si sgretola l’antica terra di Saba
lungo le piste obliate del sogno
E così pure le sue fragili torri color ocra
e i profumi arcani d’incenso e spezie
sotto l’aguzzina pioggia di fuoco
con cui unte di petrolio e sangue
nuove mani di predoni spengono la vita
a chi mendica la speranza – o l’illusione –
di un raggio tiepido di sole
Anche la luce mutilata della luna
in questo martirio d’ombre s’oscura
come per dar anestetizzata requie
alla sorda coscienza del mondo
che distrattamente si risveglia ogni mattino
senza che nel cuore faccia più rumore
nemmeno il pianto d‘un bambino.
SIAMO TUTTI MIGRANTI
Siamo tutti migranti
da millenni erranti,
vagabondi d’anima e cuore
eterni profughi tra giri di parole
inseguiamo sogni, speranze, illusioni
le fragili stagioni dei nostri amori
Siamo tutti migranti
antiche e nuove diaspore danzanti,
più degli uccelli spieghiamo le ali
più delle nuvole sorvoliamo terre e mari
per trovar vergine inizio altrove
pur se radici forti s’intrecciano alle rose
Siamo tutti migranti
impazienti e stanchi,
in cerca di qualcosa o di qualcuno
mortalmente affamati di futuro
mentre l’oggi si consuma inerme
e solo il passato ci appartiene veramente
È forse l’atavica memoria a muover i nostri passi
ad accomunarci dalla solitudine riarsi
quando fuggiamo da perenni inverni
attraversando pregiudizi, muri e deserti,
nessuna frontiera tra noi e gli altri
perché in fondo siamo tutti migranti
- Laura Vargiu -
TUTTO IL TRENTINO ALTO ADIGE TI PIANGE, AGITU, E NON SOLO.
Lucia Coppola ha trovato le parole che cercano di esprimere il grande dolore che tutti noi proviamo per la tua morte "brutale".
Il suo respiro di nebbia e di nuvole basse si mescola al tuo.
Affannato, impaurito e poi sempre più lieve.
E diventi di neve.
Il tuo cuore di ghiaccio.
Più non pulsa l'amore nel tuo corpo leggero e potente,
sono ferme le mani sapienti.
Sono spenti i colori.
Ed è sera.
E silenzio.
Resta solo un sorriso sospeso sul tuo volto di cera.
Una lacrima che ha chiesto pietà e compassione.
Eri Africa e sole. Coraggio e cultura.
E lavoro e fatica.
Eri gioia e bellezza. Energia.
Saggezza antica. Riscatto.
Donna libera.
Ora tace la valle ammantata di neve.
Piange il cielo.
Si chiudono i monti.
Resta un volo di falco che plana.
Il gorgoglio di una fonte.
La purezza del tuo sogno interrotto.
Il brutale distacco.
E tristezza.
Una vita rubata, spezzata.
La tua, dolce Agitu.
Ma sul pianto del mondo
ora aleggia il tuo spirito indomito,
la tua anima sottile ora e sempre è natura.
Compassione. Coraggio. Sorriso.
Ora è terra che dorme e riposa
custodendo i suoi frutti.
Ora è alito caldo di capre felici.
Tu rimani.
Regina per sempre nella valle e del cielo d'inverno.
Nel rimpianto di un giorno che non trova la luce.
A noi il pianto e il ricordo.
A noi tutti il tuo sogno di pace.
- Lucia Coppola -
E’ iniziato il nuovo anno
portando con sé la neve
che scende dolcemente
copiosa
su ogni cosa
Sotto il suo manto
silente
pullula resiliente
la speranza
- Giovanna Giordani -
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